martedì 12 maggio 2015

Il regno della bellezza. La Grecia e il mondo greco. Da: La storia dell'arte. E.H. Gombrich

Il regno della bellezza.
(la Grecia e il mondo greco IV sec. a.C. - I sec. d.C.)


Il grande risveglio dell'arte alla libertà si svolse nei cento anni che vanno, press'apoco, dal 520 al 420 a.C. Un numero crescente di persone, prese ad interessarsi del lavoro degli artisti per il suo valore intrinseco e non soltanto per i suoi significati religiosi o politici. Si discutono i meriti della varie "scuole" d'arte. Cioè, dei diversi stili, delle tecniche e delle tradizioni che distinguevano i maestri delle varie città. In architettura cominciarono ad essere adottati vari stili contemporaneamente. Negli ultimi edifici dell'acropoli furono introdotte le forme del cosiddetto stile ionico. Il principio su cui si basano questi templi è il medesimo dei templi dorici, ma l'aspetto e il carattere differiscono assai. L'esempio perfetto è il tempio di Nettuno, chiamato Eretteo . 


L'Eretteo, Acropoli di Atene, 420-405 a.C.

Le colonne del tempio ionico sono molto robuste e forti. Sembrano esili steli, e il capitello non è più un semplice cuscino disadorno, ma è riccamente decorato con volute laterali che paiono esprimere di nuovo la funzione di sostegno della trave su cui poggia il tetto. Le stesse caratteristiche di disinvoltura e di grazia distinguono le statue e i dipinti di questo periodo, che comincia con la generazione successiva a Fidia. In quel tempo Atene si era trovata coinvolta in una terribile guerra contro Sparta, che aveva messo termine alla prosperità sua e della Grecia. Nel 408 a.C. durante una breve tregua, fu aggiunta una balaustrata scolpita al piccolo tempio della dea della Vittoria sull'Acropoli, e le sculture e gli ornamenti che lo abbellirono recano il segno di quel mutamento del gesto, volto alla delicatezza e alla raffinatezza. La figura 


Dea della Vittoria, 408 a.C.


rappresenta una fanciulla, una delle dee della Vittoria, ferma nell'atto di allacciarsi un sandalo che si è sciolto mentre camminava. Nessuna difficoltà impediva all'artista di esprimere il movimento o lo scorcio. Questa stessa facilità e questo stesso virtuosismo resero la sua arte forse un pò meno spontanea. Il fregio del tempio della Vittoria mostra come l'artista era orgoglioso delle sue immense possibilità, e poteva esserlo così, gradualmente, durante il IV secolo la concezione dell'arte mutò. Le statue di Fidia erano state famose in tutta la Grecia in quanto raffigurazioni degli dèi. Le grandi statue dei templi del IV secolo, invece, dovettero piuttosto la loro forma alla intrinseca bellezza artistica.
Il grande scultore di quel secolo, Prassitele, fu soprattutto famoso per la grazia del suo tocco e per il carattere dolce e sottilmente fascinoso delle sue creazioni. L'opera più celebre, rappresentava la dea Venere, la giovane Afrodite, che si prepara al bagno. Ma l'opera è scomparsa, e una soltanto delle statue originali di Prassitele ci è forse pervenuta, una statua trovata ad Olimpia nel XIX secolo.


Prassitele. Ermete con Dioniso fanciullo, 340 a.C.


Dettaglio

 E' il dio Ermete intento a giocare con Dioniso fanciullo che tiene in collo. Nell'opera di Prassitele è scomparsa ogni traccia di rigidezza. Il dio sta davanti a noi in una posa di abbandono che non ne compromette òa dignità. Ma neppure allora le lezioni dell'arte antica erano state dimenticate. Anche Prassitele si preoccupa di mostrarci le articolazioni del corpo, di farcene capire il meccanismo il più chiaramente possibile, ma ora riesce nell'intento, senza che la statua si irrigidisca e perda vita. Sa mostrare come i muscoli e le ossa si tendono e si muovono sotto la morbidezza della pelle, e sa rendere il corpo umano in tutta la sua grazia e la sua bellezza. Durante tutti questi secoli, gli artisti di cui si è qui parlato, si erano sforzati di infondere sempre maggior vita negli antichi schemi. La loro tecnica diede i frutti più maturi al tempo di Prassitele. I vecchi modelli cominciavano a muoversi e a respirare al tocco dell'abile scultore, e ora ci stanno davanti agli occhi come veri e propri esseri umani, pur provenienti da un mondo diverso e migliore. Sono, in verità, esseri di un mondo diverso, non perché i greci fossero più sani o più belli degli altri uomini, ma perché l'arte raggiungeva allora il momento in cui il tipico e l'individuale trovarono un nuovo e più delicato equilibrio.


Apollo del Belvedere 350 a.C.


A metà del IV secolo a.C. L'Apollo del Belvedere, è il modello ideale del corpo maschile. Ritto dinnanzi a noi in quella sua straordinaria posa, reggendo l'arco con il braccio teso, il capo volto da un lato come se fosse intento a seguire con gli occhi la freccia, in esso possiamo ritrovare la tenue eco dell'antico schema, secondo il quale ogni parte del corpo doveva venir colta dal suo più caratteristico angolo di visuale. 


Venere di Milo. 200 a.C.

La Venere di Milo (rinvenuta nell'isola omonima) è forse la più nota. Probabilmente faceva parte di un gruppo di Venere e Cupido che, pur scolpito in un periodo un pò più tardo, si valeva dell'esperienza e dei metodi di Prassitele. Anch'essa doveva essere vista di lato (Venere stendeva le braccia verso Cupido) e possiamo di nuovo ammirare la chiarezza e la semplicità con cui l'artista ha modellato il bellissimo corpo, il modo con cui ne ha segnato le varie parti senza mai peccare di durezza e di precisione. 
Il lato negativo di questo modo di rappresentare l'essere umano, era che il ritratto di un generale era poco più della raffigurazione di un qualsiasi bel guerriero con elmo e insegne di comando. L'artista non riproduceva mai la forma del naso, le rughe della fronte o l'espressione particolare del modello. Le statue greche, non sono prive di espressione, però i loro volti non tradiscono mai un sentimento ben definito. Questi maestri si valsero del corpo e dei suoi movimenti per esprimere quelli che Socrate aveva chiamati "I travagli dell'anima", perché avevano capito che il gioco dei lineamenti avrebbe sciupato e distrutto la regolarità lineare della testa.
Gli artisti della generazione successiva a quella di Prassitele, verso la fine del IV sec. a. C., si liberarono da questa costrizione e trascinarono il modo di animare i tratti del volto senza distruggerne la bellezza. Impararono a cogliere i moti dell'anima del singolo, il carattere particolare di una fisionomia, e fecero ritratti nel senso moderno del termine. Alessandro stesso si fece ritrarre dal suo scultore di corte Lisippo, l'artista più celebre del momento, la cui fedeltà alla natura meravigliava i contemporanei.


Testa di Alessandro Magno, 325-300 a.C. ca

 Il ritratto di Alessandro pare ci sia giunto solo in copia, (Testa di Alessandro Magno 325-300 a.C. ca.), e ne possiamo dedurre quanto l'arte fosse mutata dai tempi dell'auriga di Delfi o anche dai tempi di Prassitele, che pure precedette Lisippo da una sola generazione.
La fondazione diun impero per opera di Alessandro fu avvenimento d'importanza capitale per l'arte greca che, da centro di interesse di alcune piccole città, divenne il linguaggio figurativo di quasi metà del mondo allora conosciuto. Generalmente si riferisce all'arte del periodo successivo parlando nondi arte greca ma di arte ellenistica, poiché questo fu il nome comunemente dato agli imperi fondati dai successori di Alessandro in Oriente. Le ricche capitali di questi imperi, Alessandria d'Egitto, Antiochia nella Siria e Pergamo nell'Asia Minore, avevano esigenze diverse da quelle greche. In architettura, le forme forti e sobrie dello stile dorico e la disinvolta grazia dello stile ionico non bastavano più: si preferì una nuova forma di colonna, inventata ai primi del IV secolo, che prese il nome della ricca città mercantile di Corinto. 


Capitello corinzio, 300 a.C.

Lo stile corinzio aggiunse fogliame alle volute a spirale ioniche che decoravano il capitello e in generale profuse ornamenti più abbondanti e più ricchi su tutto l'edificio. Questo sfarzo si adattava assai bene ai monumenti sontuosi costruiti su vasta scala nelle città orientali di nuova fondazione.
L'arte greca, si è detto, doveva subire un mutamento nel periodo ellenistico: di tale mutamento troviamo tracce nelle opere più famose dell'epoca. 


L'altare di Zeus a Pergamo 164-156 a.C.

E' un altare della città di Pergamo, eretto intorno alò 160 a.C.  (L'altare di Zeus a Pergamo 164-156 a.C.). La scultura rappresenta la lotta tra gli déi e i titani. E' evidente che l'artista si proponeva di raggiungere forti effetti drammatici. La battaglia infuria terribile e violenta. i goffi titani vengono sopraffatti dagli dèi trionfanti e il loro sguardo esprime tutto il tormento dell'agonia. la scena è movimentosissima e svolazzante di drappeggi. Si tratta di un altorilievo con figure quasi a tutto tondo che nella loro lotta paiono invadere i gradini dell'altare, quasi incuranti del luogo che le ospita. L'arte ellenistica amava le opere violente e veementi: voleva impressionare e ci riusciva.
Alcune opere, divenute molto famose in tempi posteriori, nacquero nel periodo ellenistico.


Agesandro, Atenodoro e Polidoro di Rodi. Laoconte con i figli. 175-150 a.C.

 Nel Laoconte (Agesandro, Antenodoro e Polidoro di Rodi "Laoconte con i figli" 175-150 a.C. ca), vi è raffigurata la drammatica scena descritta anche nell'Eneide: il sacerdote troiano Laoconte ha ammonito i suoi compatrioti di non accogliere il cavallo di legno in cui si nascondono i soldati greci; gli déi, che vedono ostacolati i loro progetti di distruggere troia, mandano dal mare due giganteschi serpenti che stringono nelle loro spire il sacerdote e i suoi sventurati figli soffocandoli. Il modo con cui i muscoli dl tronco e delle braccia rendono lo sforzo e la sofferenza della lotta disperata, l'espressione di strazio del volto del sacerdote, le contorsioni impotenti dei due fanciulli e la maniera nella quale tutto questo tumulto e questo movimento si cristallizzano in un gruppo statico hanno sempre riscosso l'universale ammirazione. Nel periodo ellenistico l'arte aveva perduto ormai in larga misura il suo antico vincolo con la magia e la religione. Gli artisti si interessavano dei problemi della tecnica in quanto tale, e il problema di rappresentare un tema così drammatico con tutto il suo movimento e la sua espressività e tensione era proprio una difficoltà atta a saggiare la tempra dell'artista.
In quell'epoca e in quell'atmosfera i ricchi persero a raccogliere opere d'arte, a far copiare le più celebri se non potevano avere gli originali e a pagare prezzi favolosi per quelle che riuscivano a trovare. Gli scrittori cominciarono a prendere interesse all'arte e narravano la vita degli artisti. Molti fra i maestri più famosi dell'antichità erano pittori anziché scultori. Questi pittori si interessavano ai problemi tecnici piuttosto che alle finalità religiose dell'arte. Certi maestri dipingevano botteghe di barbiere o scene di teatro. Possiamo farci un'idea del carattere della pittura antica solo osservando le pitture murali decorative e i mosaici venuti alla luce a Pompei e altrove. Pompei era un prospero centro di provincia rimasto sepolto sotto la lava del Vesuvio quando eruttò nel 79 d. C.. Ogni casa, ogni villa, di quella città possedeva pitture murali, raffiguranti colonne e scorci architettonici. quadri incorniciati e palcoscenici. Certo non tutte queste pitture erano capolavori, per quanto sorprenda il numero di buone opere che si trovavano in una cittadina piuttosto piccola e di scarsa importanza come questa. Pittori e decoratori di Pompei e delle vicine Ercolano e Stabia attingevano liberamente al patrimonio di immagini costituito da grandi artisti ellenistici. Tra molte cose ordinarie talvolta scopriamo una figura di squisita bellezza e grazia, come quella della (fanciulla che coglie fiori I sec. d.C.) rappresentante una delle Ore che in un movimento quasi di danza coglie i fiori. O troviamo particolari come la testa di fauno, tratta da un'altra pittura (Testa di fauno II sec. a.C.) che ci dà un'idea della maestria e della libertà acquisite da questi artisti nel trattare l'espressione fisionomica. 


Fanciulla che coglie i fiori. I sec. d.C.


Testa di fauno II sec. a.C.

Negli affreschi pompeiani si può trovare quasi ogni cosa raffigurabile in pittura. Belle nature morte, per esempio, come due limoni accanto ad un bicchiere d'acqua, pitture di animali e persino paesaggi. Fu forse questa la maggior novità del periodo ellenistico.
Nel periodo ellenistico, al tempo in cui i poeti come Teocrito scoprivano l'incanto della vita pastorale, gli artisti tentarono di evocare i piaceri della campagna per i raffinati abitanti delle città. Essi riuniscono, piuttosto, tutti gli elementi tipici di una scena idillica, pastori e armenti, sobri tempietti, e in lontananza, ville e montagne. Tutto era graziosamente disposto in questi quadri, e tutti quegli elementi preordinati apparivano nel loro aspetto migliore e cominucavano veramente un senso di pace. Anche queste opere sono molto meno realistiche di quanto sulle prime sembri. Non sappiamo quale possa essere la distanza tra il tempietto e la villa, nè quanto fosse vicino o lontano il ponte dal tempietto. Il fatto è che neppure gli artisti ellenistici conoscevano quelle che noi chiamiamo leggi prospettiche. Il famoso viale dei pioppi che retrocede fino al suo punto di fuga, era allora cosa sconosciuta. Gli artisti disegnavano piccoli gli oggetti distanti e grandi quelli vicini o importanti, ma la legge della regolare diminuzione degli oggetti a mano a mano che si allontanano, il principio immutabile su cui si basa la riproduzione di un paesaggio, non era nota all'antichità classica. Persino le ultime, più libere e più sicure opere dell'arte antica conservano almeno l'eco del pricipio che informava l'arte egizia. 
I greci spezzarono i rigidi divieti dell'arte orientale primitiva e si inoltravano in un viaggio di scoperta con l'intento di arricchire l'immagine tradizionale del mondo mediante un numero sempre maggiore di tratti desunti della viva osservazione.

martedì 24 marzo 2015

8/3/2015... FIRENZE...

8/3/2015, bellissima vacanza a Firenze, della quale sono perdutamente innamorata. "La culla del Rinascimento", troppo grande e ricca di opere d'arte per visitarla tutta in tre giorni. Ma nonostante il breve soggiorno, sono stata molto felice di essere riuscita a visitare Santa Maria del Fiore e ad ammirare Palazzo Strozzi (purtroppo) solo il suo cortile. Il ponte vecchio, piazza della Signoria, Palazzo Pitti, Santa Maria Novella..meravigliosi; ma nel primo soggiorno in questa stupenda città, ho dato primaria importanza a Santa Maria del Fiore e alla sua cupola, per l'originalità e la genialità di Brunelleschi; prima della cupola di Santa Maria del Fiore, una cupola del genere non esisteva, come Palazzo Strozzi, il primo o forse uno dei primi edifici civili del Rinascimento italiano, il cui primo modello fu progettato da Giuliano da Sangallo (ma il Vasari attribuisce il primo progetto del palazzo a Benedetto da Maiano). Che dire poi dei fiorentini, simpaticissimi, ospitali, fieri della loro città e di essere fiorentini.

... FIRENZE I LOVE YOU!!!!


Madame Vrath




Santa Maria del Fiore e campanile di Giotto














Piazza della Signoria - Palazzo Vecchio - Loggia della Signoria 





Palazzo Strozzi




Palazzo Pitti





Ponte Vecchio




Santa Maria Novella

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