martedì 13 febbraio 2018

La preistoria. L'Età neolitica. L'incisione a graffito

La preistoria 

L'Età neolitica


Giara da Tel Hassan (Iraq) V millennio a. C.


Il Neolitico è il periodo più recente dell'Età della pietra: la pietra levigata sostituisce o si affianca a quella scheggiata di derivazione paleolitica. 
Tale processo alle origini in America Centrale, nella regione delle Ande, e nel Medio Oriente nei territori dell'odierna Turchia, dell'Iran e dell'Iraq.
A partire dal 9000 a. C., si diffuuse gradualmente fino ad interessare le coste del Mediterraneo e l'Europa orientale e settentrionale. In Italia l'inizio della fase neolitica è fatto risalire al 6000 a. C., con una diffusione a partire delle regioni meridionali e orientali. 
Da semplice utilizzatore del cibo cacciato, l'uomo diviene produttore mediante l'agricoltura e la pastorizia. A ciò corrisponde il processo di sedentarizzazione. 
L'uomo acquista nuove abilità: dall'agricoltura impara a tessere le fibre vegetali, intrecciando fibre e corde mediante rudimentali telai, e nel contempo impara a riconoscere i diversi tipi di pietre e a commercializzarle in base alle loro qualità e flessibilità agli svariati usi. 
Nel Neolitico, si assiste ad una differenziazione della produzione artistica, per culture e aree geografiche. 
La produzione che maggiormente aiuta a definire le diverse fasi e le aree di diffusione delle culture neolitiche è la ceramica. 
Alla fine del VII millennio, la ceramica esisteva in tutto il bacino del Mediterraneo. 
Omogenea diffusione in tutta l'Europa ebbe la produzione di vasi campaniformi, ovvero simili a una campana rovesciata. Essi presentavano decorazioni anche fitte costituite da linee parallele, diritte od ondulate, o più tardi da complessi motivi ad intreccio, cerchi o spirali. 
Le prime espressioni artistiche neolitiche devono essere ricondotte alla sfera religiosa, nella produzione di statue-stele, di statuette fittili o di incisioni e di dipinti in piccoli santuari, recanti figure ricollegabili alla Dea-madre generatrice della fertilità. 
L'uomo del neolitico ha acquisito una progressiva consapevolezza del proprio ambiente. 
Ciò trova conferma in tempi in cui le figurazioni assumono caratteri fedeli al vero, come il bisonte che troviamo nella Pittura rupestre dei Tassili, produzione sahariana del V millennio a. C. 
L'arte figurativa del Neolitico tende a generare nella maggior parte dei casi forme schematizzate. La figura è spesso riconoscibile attraverso pochi tratti: bastano le corna, le zampe, una linea per il corpo. Compaiono segni geometrici e quasi astratti, che evidenziano i caratteri che gli animali hanno in comune, cioè gli elementi distntivi di un tipo e di una specie. Lo stesso vale per la raffigurazione degli elementi naturali, ad esempio il Sole o l'uomo e i suoi oggetti come armi, ruote, carri, aratri,

L'incisione a graffito



Graffiti: questa tecnica consiste semplicemente nel "graffiare" la roccia, anche ripetutamente, con una punta metallica e con una pietra dura e appuntita. Il segno poteva essere poi variamente colorato con le terre in varie sfumature. 
L'arte delle inciosni è spesso legata all'attività religiosa. Forse si trasmetteva di sacerdote in sacerdote o da maestro ad allievo.
Lo schematismo delle incisioni a grafito ha forse origine nelle pitture e nele incisioni del versante iberico dei Pirenei, ma si è diffuso nel IV millennio in larga parte d'Europa. Ricordiamo i graffiti della Valcamonica, opera dei Camuni, le cui testimonianze si spingono dal Neolitico, fino all'avvento dei Romani nella valle (avvenuto nel 16 a.C:) e persino nel Medioevo, rappresentando un campo di studi vastissimo. 
Nelle opera camune i graffiti evolvono da un linguaggio schematico ad uno tipo naturalistico. 

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La preistoria. L'età paleolitica. L'immagine della donna nel paleolitico: le Veneri

La preistoria 

L'Età paleolitica


Cavallo con frecce. 15000 a.C. Grotta di Lascaux. Francia


Bisonte, 12000 a.C. circa. Grotta di Altamira (Spagna)


L'Età paleolitica (dak greco palaiòs, antico, e lithòs, pietra) si è sviluppata, attraverso diverse fasi di mutazione climatica e di profonde alterazioni  dell'ambiente. 
I primi materiali archeologici risalgono all'attività dell'Homo habilis, vissuto tra due e un milione di anni fa.  Sono rudimentali manufatti, soprattutto pietre scheggiate attraverso percussione (chopper).
Nel Paleolitico inferiore sono collocate le fasi dell'Homo erectus (fino a 200.000 anni fa) e dell'Homo sapiens. Quest'ultimo a partire da 35000-30000 anni fa, ha avvuiato in Europa la grande avventura dell'arte figurativa e dell'arte mobiliare, ovvero quella comprendente oggetti ornamentali o d'uso. 
In Italia la presenza dell'uomorisalirebbe ad un periodo compreso tra un milione e 800000 anni fa, come in tutta l'Europa centro-mediterranea. 
Ben più importanti sono i siti che testimoniano gli insediamenti di 600-500000 anni fa. 
Le testimoniianze dell'età paleolitica a noi giunte manifestano una concezione magica dell'esistenza elaborata dall'uomo: egli non sa darsi una spiegazione dei fenomeni della natura e il lampo, il tuono, la pioggia, il buio della notte sono eventi spaventosi ed inspiegabili. E' in questo periodo che l'uomo comincia a servirsi dell'immagine per esprimersi: scolpisce statuette, raffigura sulle pietre e sulle pareti delle grotte bisonti, renne, cavalli, cervi, mammuth. Utilizza la tecnica della pittura e incide segni sulle rocce, i graffiti rupestri. 
Le figurazioni hanno un carattere magico, e un fine pratico. Raffigurando l'animale, l'uomo del paleolitico vuole assicurarsi la sua cattura. L'atto figurativo diviene quindi un momento propiziatorio, una sorta di rito in cui, attraverso un forte processo di astrazione e di parteciipazione emotiva, vwngono anticipati eventi essenziali. Hanno grandi dimensioni e spesso l'autore sfrutta la sporgenza delle rocce per raffigurarne il volume.
Grande importanza assume in Europa l'arte parietale del Paleolitico superiore. Particolarmente diffusa in Spagna e in Francia, essa consiste in pitture e in disegni graffiti sulle pareti rocciose. 
L'archeologo A.Leroi-Gourhan, ha suddiviso la produzione paleolitica in quattro stili o periodi. 
Il I stile o arcaico, si colloca tra il 30000 e il 23000 a.C. ed è riferito alle testimonianze rinvenute sulle rive del fiume Vézère in Dordogna (Francia). E' caratterizzato da una forte semplificazione delle forme, da figure schematiche e simboliche individuate mediante contorni continui. Gli animali, generalmente buoi, bisonti, stambecchi, cavalli; sono per lo più graffiti o dipinti sui dolci rilievi delle rocce. Importanti rilevamenti sono a La Ferrassie e Laussel.
Nel II stile, sviluppatosi tra il 23000 e il 17000 a.C., le figure animali, spesso in gruppi erano veri e propri cicli parietali. Gli animali sono orrmai tracciati con segno nitido e flessuoso, anche se ridotto spesso al contorno, e mancano talvolta alcuni particolari come le zampe. 
Le figure del III stile, diffusosi tra il 17000 e il 15000 a.C. ad una maggiore definizione del tratto associano l'attenzione alle macchie di colore, soprattutto in ocra e in grigio. I corpi massicci mettono tuttavia in evidenza zampe piccole e sproporzionate, che appaiono quesi incoerenti con parti dell'animale rese addirittura in scorcio, come le corna. Appartengono a questo stile le figure delle grotte di Lascaux, di Pech-Merl, Roc de Sers (Francia) e di El Castillo (Spagna).
La tecnica realistica giunge a maturazione nel IV stile, sviluppandosi fino all'8500 a.C. circa. L'uso dei bruni e delle ocre è calibrato dai grigi di contorno, ottenuti con polvere di carbone. L'artefice utilizza con abilità lo scorcio, per offrire un saldo senso della possenza dell'animale.

L'immagine della donna nel paleolitico: le Veneri.


In tutto il Paleolitico la figura umana è poco frequente e comunque è resa in forme approssimative. Costituiscono un'eccezione le cosiddette Veneri statuette a tuttotondo scolpite in pietra, in osso o in avorio e rappresentanti figure femminili dalle forme molto accentuate.  
Le Veneri sono state rinvenute tutte in Europa, dalle coste dell'Atlantico alla Siberia (sono circa 140), ed hanno in comune la dimensione contenuta: dai due-tre centimetri ai 14.5 della Venere di Lespugue, ritrovata nelle Grottes des Rideaux in Francia. 
L'accentuazione dei caratteri della femminilità, mani e piedi, sono appena suggerite o mancano del tutto, forse perché la statuetta veniva conficcata tra le rocce della caverna o nei campi, secondo usanze rituali. 
Nell'Aurignaciano, tra il 30000 e il 25000 a.C. , erano sate riprodotte figure di animali gravidi per esaltare la funzione riproduttiva come garanzia di continuità della specie.
Le Veneri venivano poste all'interno dei templi o dei santuari, in relazione al culto della dea-madre. Ciò sarebbe suggerito dal rinnovamento, in Dordogna (Francia), di più statuette femminili in un'unica stazione archeologica, al centro dell'abitato paleolitico. Celebri sono, tra queste, il bassorilievo della Venere di Laussel, risalente al 23000 a.C. circa, e la Venere di Berlino. La loro presenza è anche da riferire al culto degli antenati, nel quale il tema della fecondità veniva associato a quello della continuità della vita, fondato sulla concezione sociale della famiglia o della tribù. 
Ciò può essere dal rinvenimento di alcune Veneri presso focolai o all'interno di capanne, quasi fossero idoli posti a protezione dei luoghi domestici. 
Ogni statuetta mette in rilievo gli attributi femminili, lasciando indeterminate le altre parti. E' il caso della Venere Impudica, rinvenuta a Laugerie Basse, mncante della testa e delle braccia.
La Venere di Lespugue, l'esecutore ha raggiunto una sintesi così elevata da inserire la forma umana in un volume romboidale. 
L'approccio astratto degli autori delle Veneri ha portato ad un'evidenza vlumetrica delle parti del corpo mediante un marcato principio di simmetria. Venere di Willendorf, in cui l'ipertrofia dei glutei, dei seni, del ventre e persino l'evidenza del pube sono sottolineate mediante interessanti accorgimenti, quali la posizione delle mani o la dettagliata acconciatura, che a sua volta annulla la presenza del viso. 

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lunedì 12 febbraio 2018

La preistoria

La preistoria 


Grotta di Lascaux (Francia)

Il termine "pewistoria" (dal latino "pré", prima e "hisòria", storia) individua un lunghissimo periodo che va dalla prima fase di stanziamento di gruppi umani in un territorio, fino alla comparsa di testimonianze scritte. Queste ultime, collocate all'inizio del IV millennio per i territori compresi tra la Mesopotamia e la valle del Nilo ("Mezzaluna fertile") e in fasi successive nel resto del vicino Oriente e dell'Europa. 
In Europa, la presenza di un linguaggio e di un'espressione scritta va riferita all'età del ferro, avviata mille anni prima di Cristo. 
La produzione scritta, leggi o testi religiosi e rituali, è accompagnata dalla costruzione di opere monumentali che identifichiamo come: megalitiche (dal greco mégas, grande e lithos pietra), in altri casi ha invece segnato la nascita di veri e propri sistem i urbani. 
E' possibile parlare della presenza di espressioni artistiche a partire dal Paleolitico superiore, o Età della Pietra antica, da circa 30.000 anni fa, quando alla produzione di semplici manufatti di tipo utilitario si affiancò la creazione di figure o segni ingtenzionalmente incisi, o dipinti su armi, su utensili o sulla roccia. A questi si aggiunsero una produzione scultorea di piccole dimensioni e l'organizzazione dei primi luoghi di culto. 
Solo doppo il 10.000 a.C., con il Mesolitico, o Età della Pietra media, l'uomo comincia ad addomesticare gli animali e ad abbandonare le caverne. Tale attitudine troverà compiutezza nella successiva fase del Neolitico (6.000 a.C. al 4.000 circa a.C.), o Età della Pietra nuova. 
Organizzato in insediamenti stanziali, l'uomo impara a levigare la pietra, affina le proprie capacità nella gestione dell'allevamento e dell'agricoltura. L'Età neolitica si coclude nei territori dell'Egitto e della Mesopotamia, nel IV millennio ed è seguita dal periodo del rame, del bronzo e quindi del ferro. In Europa, invece, l'Età del Ferro si avvia stabilmente non prima della fine del II millennio a. C. 
L'arte in Età preistorica assume di volta in volta significati diversi, riferibili, ad una funzione di tipo comunicativo, legata in molti casi ad aspetti magico - rituali. Prendiamo ad esempio i cicli di pitture di Età paleolitica rinvenuti sulle pareti delle grotte. 
Essi-  rappresentano in pevalenza i bisonti, tori, cavalli, renne, cervi, capre, segni atratti e più raramente l'uomo. L'artefice non è spinto da una semplice volontà descrittiva , ma da un'esigenza rituale. 
In tal senso la pratica figurativa può avere fini magici, in quanto vuole propiziare il buon esito della fertilità della terra. Questi possono associarsi o meno a specifici fini di culto, spesso rivolti a divinità naturali quali il Sole e gli astri. 

- 650000 - 120000 a.C. Paleolitico inferiore.
Uso del fuoco in Europa. Primi oggetti in pietra, lavorata per percussione. 
- 120000 - 35000 a.C. Paleolitico medio
Uomo di Neanderthal.
- 35000 - 10000 a.C. Paleolitico superiore
testimonianze in Europa (Area Mediterranea e Franco-Cantarbica, Nord Africa e Siberia). Pietra scheggiata in entrambe le facce (amigdala). 
- 10000 - 6000 a.C. Mesolitico
Una mutazione climatica determina la diminuzione del numero di uomini e animali. Nascita di piccoli insediamenti stabili; l'uomo si dedica all'agricoltura e all'allevamento. Produzione di coltelli, punte di lance, asce. 
- 6000 - 4000 a.C. Neolitico
L'uomo diventa sedentario. Pietra lavorata e levigata. Avvio della produzione di vasi di ceramica. Nascita delle culture fluviali nelle valli Mesopotamica, del Nilo, dell'Indo, dell'Hoang-ho.
- 4000 - 3000 a.C. Eneolitico (o età del rame)
Inizia la lavorazione del rame.Numerose testimonianze di cultura materiale (armi, utensili, ecc.)
- 3000 - 1000 a.C. Età del bronzo
Si sviluppa la lavorazione dei metalli. Civiltà in Egitto, Mesopotamia, Egeo. In Italia settentrionale sorgono le terramare. 

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giovedì 8 febbraio 2018

Firenze: la svolta Rinascimentale. Il Rinascimento. Il Rinascimento nelle arti figurative: caratteri principali. L'invenzione della prospettiva. Un nuovo approccio all'antico. Il ruolo del De Architectuura di Vitruvio nella teoria architettonica rinascimentale

FIRENZE: LA SVOLTA RINASCIMENTALE

IL RINASCIMENTO

Il rinacimento nelle arti figurative: caratteri principali


Sarcofago di Mate e Rea Silvia. II-III sec. d. C. Roma


Le art figurative vengono investite dalla stessa volontà di rinnovamento delle lettere. 
Ricerche portate avanti nel corso del Trecento (per esempio quelle sulla resa dello spazio) trovano ora un approfondimento tale da configurarsi come una svolta radicale. 

L'invenzione della prospettiva

La rappresentazione dello spazio: viene ora vincolata a regole geometriche, viene siistematizzata: nasce, ad opera di Filippo Brunelleschi, la prospettiva centrale, un sistema in grado di rappresentare su un piano (bidimensionale) la tridimensionalità degli oggetti e la loro posizione nello spazio. Brunelleschi, sperimentòi risultati delle sue ricerche in due tavolette, ora perdute, raffiguranti il Battistero di San Giovanni visto dalla porta centrale di Santa Maria del Fiore e Piazza della Signoria vista dall'angolo nord-occidentale (da dove l'attuale via dei Calzaiuoli si immette nella Piazza). 
L'immagine del Battistero era stata dipinta da Brunelleschi su una lastra d'argento brunito, sulla quale si specchiava il cielo vero. La tavoletta non doveva essere guardata direttamente, bensì riflessa in uuno specchio attraverso un foro procurato sul retro della stessa. Lo spettatore osservava così l'immagine dell'unica posizione corretta, (quella che permette di realizzare l'illusione della profondità), in coincidenza con il punto di vista, centro della composizione. 
Con questo esperimento Brunelleschi voleva dimostrare che le rette ortogonali, tra loro parallele nell'oggetto da raffigurare, concorrono, nella rappresentazione, in un unico punto di fuga, definito dall'artista. 
Stabilendo un punto di vista ed un punto di distanza, egli poteva giungere - mediante i teoremi sulla similitudine dei triangoli della geometria euclidea - a definire le diminuzione di dimensione proporzionalmente alla distanza dallo spettatore. 
Se a Brunelleschi spetta l'invenzione della prospettiva, a Leon Bttista Alberti, va il merito di averne codificato il sistema trattandolo teoricamnte nel De Pictura (1436).
La prospettiv non è che uno dei modi possibili per rendere una convenzione rappresentativa, basata su un'astrazione matematica, che noi sentiamo naturale solo per abituine. Il nostro occhio vede in realtà in modo diverso: percepisce linee curve anziché rette e vede immagini sfocate ai margini. 

Un nuovo approccio all'antico


Donatello. Busto di Noccolò da Uzzano. Firenze


Nanni di Banco. San Luca. 1408-1413



Mancava al Medioevo la coscienza che i classici "appartenevano a un mondo remoto e concluso". 
L'acquisizione di questa consapevolezza è una delle maggiori conquiste del Rinascimento: è un cammino lungo e complesso, nel quale gli umanisti vengono perfezionando la pratica della filologia e gli artisti prendono sempre più consapevolezza delle peculiarità dell'arte antica e di ciò che la differenzia dalla loro. 
L'antico viene indagato dagli artisti rinascimentali con la volontà di ritrovarne lo spirito. E' ciò che si propone ad esempio, il Busto del patrizio fiorentino Niccolò da Uzzano realizzato da Donatello, che riporta all'attualità la tipologia romana del busto-ritratto, pur senza piegarsi ad una pedissequa imitazione. 
Nanni di Banco, una delle principali personalità del primo Rinascimento, impegnato in una precoce e sentita rivitalizzazione della tradizione scultorea romana, come dimostra la statua di San Luca, eseguita dal maestro per la tribuna del Duomo fiorentino. 
La nuova attenzione per l'uomo fa sì che gli artisti ne studino le proporzioni, la precisa rappresentazione anatomica, la resa dei moti dell'animo. Ne deriva un'arte che dà importanza alla sintesi, concentrata sulla rappresentazione dell'elemento umano, priva di orpelli decorativi. 

Il ruolo del De Architectura di Vitruvio nella teoria architettonica rinascimentale



In architettura, il recupero dell'antico avviene, anche tramite l'approfondimento del testo del De architectura di Vitruvio ingegnere militare e tecnico negli anni di Cesare e del secondo triumvirato. 
L'ampio e spesso disorganico testo vitruviano si occupa di disparati argomenti: si va dalla ricostruzione della nascita dell'umanità, e dell'edilizia alla trattazione della cultura e della formazione necessarie all'architetto, alle nozioni sui materiali costruttivi, sugli edifici e sulle loro tipologie, all'astronomia, alla descrizione precisa di macchine civili e militari. 
Il De Architectura fu posseduto da Petrarca, Niccolò Acciaiuoli e forse anche dal Boccaccio. 
Con il Quattrocento l'interesse per il trattato latino passò dall'ambito dei letterati a quello degli artisti, che presero ad approfondirlo. affidandovi lo studio degli antichi edifici romani. 
I testo latino, veniva incontro nel Rinscimento a molte attese degli architetti: oltre a poter essere utilizzato come valido repertorio storico sugli artisti classici, ricco di aneddoti e decorazioni di antiche opere perdute, esso costituiva uun immenso bagaglio di dettagli tecnici e di notizie sugli edifici, sugli ordini, sulle decorzioni. 
Vitruvio, nel Libro I, aveva tracciato un profilo assai lusinghiero dell'architetto, che doveva possedere un'ampia cultura generale, di ottica, medicina, acustica, filosofia. Egli era mosso da un'esigenza molto sentita anche dai suoi "colleghi" rinascimentali: quella di conferire alla figura dell'architetto un forte prestigio sociale e culturale. L'architettura è imitazione dell'ordine "provvidenziale"della natura e per questo chi la esercita deve essere dotato di vasta e ricca cultura. 
Se a Leon Battista Alberti si deve - con il De Aedificatoria (1452) - la trattazione organica e personale di buona parte degli argomenti messi in campo dal de Architectura, a Francesco di Giorgio Martini era riconosciuto il merito di aver tentato per primo l'immane impresa di una traduzione integrale del trattato vitruviano. 
L'interesse per il De Architectura non venne meno nel corso del Cinquecento, quando videro la luce la splendda ediizione del 1511 a cura di Frà Giacomo da Vwerona, in grado di restituire un testo, corredato da un ricco apparato iconografico, e la prima versione italiana a stampa del trattato latino, pubblicata a Como nel 1521ad opera del pittore e architetto milanese Cesare Cesariano. 

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domenica 4 febbraio 2018

La linea espressionista. Una generazione in marcia verso l'espressione. Le linee dell'Espressionismo europeo. I principi estetici dell'Espressionismo

La linea espressionista

Una generazione in marcia verso l'espressione


La Danza della vita. Edvard Munch. 1899-1900


Non vi fu un unico ceppo dal quale perse corpo una poetica di gruppo omogenea, ma tanti focolai dispersi soprattutto nell'Europa del Nord. Comune a tutti questi nuclei fu l'esigenza di esprimere attraverso la pittura stati d'animo (di qui appunto il termine Espressionismo) più che oggetti e fenomeni della visione. 
In questo senso la pittura accesa ed emotiva che caratterizzò gli Espressionisti si contrappose a quella, altrettanto vivace ma più indifferente sul piano delle emozioni, che fu propria dell'Impressionismo. 
Si presta attenzione all'introspezione, al modo in cui la sensibilità individuale coglie il mondo. 
Il termine Espressionismo nacque appunto in diretta contrapposizione a quello di Impressionismo. Si descrive con esso uno stile legato alla soggettività, con radici che, si possono trovare nel Michelangelo del non-finito, nell'ultimo Tiziano, nel Goya politico, e con un'eredità che si spinge fino ad artisti del secondo dopoguerra come Francis Bacon, Georg Baelitz e Anselm Kiefer. 

Le linee dell'Espressionismo europeo

- Radici: Vincent van Gogh, Paul Gaugain
- Precursori: James Ensor, Edvard Munch
- Espressionismo francese: Fauves: Henri Matisse, André Derain, Maurice de Vlaminck, Kees van Dongen. Ecole de Paris espressionista: Chaim Soutine, George Rouault
- Espressionismo tedesco: A Dresda e Berlino: Die Brücke: "Il ponte": Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schimdt-Rottluff, Otto Müller, Emil Nolde, Maw Pechstein e altri
A Monaco: Der Blaue Reiter, "Il cavaliere azzurro": Vasilij Kandisnskij, Franz Marc, August Macke, Alexej von Jawlenskij.
- Espressionismo austriaco: a Vienna: Oskar Kokoschka, Egon Schiele

I principi estetici dell'Espressionismo

Il critico che ha costruito la teoria più calzante a proposito dell'estetica professionista fu Wilhem Worringer, nel suo libro Astrazione ed Empatia, pubblicato nel 1908. 
I punti fondamentali che Worringer individua nell'arte espressionista sono: 
- Ritorno ai primitivi;
- Rivalutazione dell'arte gotica tedesca; 
- Valorizzazione dell'arte popolare folkloristica;
- Liberazione della forza del colore;
- Distorsione ed esagerazione dei tratti figurativi;
- Eliminazione dell'illusionismo prospettico;
- Rappresentazione della nattura in senso simbolico e panteistico, così da identificarla con il principio divino. 

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lunedì 8 gennaio 2018

La Conquista della realtà. Il primo Quattrocento

La Conquista della realtà
Il primo Quattrocento

Rinascimento significa rinascita, e l'idea di questa rinascita aveva cominciato a diffondersi in Italia fin dal tempo di Giotto. Giotto era stato esaltato pere aver fatto rinascere l'arte: con questa espressione si intendeva che la sua arte poteva stare alla pari con quella dei famosi maestri elogiati dagli scrittori greci e romani. Gli italiani sapevano che nell'antichità la loro terra, era stata il centro del mondo civile, e che la sua potenza e la sua gloria erano finite il giorno in cui, le tribù germaniche, i goti e i vandali, avevano invaso il Paese e spezzato l'unità dell'impero romano. Il periodo fra l'età classica, cui gurdavano con orgoglio, e la nuova epoca di rinascita, in cui speravano, era soltanto un triste lasso di tempo "l'età di mezzo". Da questo concetto di rinascita o rinascimento, derivò l'altro, di un periodo intermedio, di un medioevo: termini tuttora in uso. Gli italiani accusavano i goti della caduta dell'impero romano: l'arte di quel periodo intermedio fu per loro gotica, ossia barbarica, così come tuttora parliamo di vandalismo quando alludiamo a una inutile distruzione di cose belle. 
La rinascita dell'arte, dopo i tumulti e i rivlgimenti dell'alto medioevo, si produsse gradualmente, e proprio nel periodo gotico, essa ebbe i suoi inizi. Le nuove conquiste di Giotto apparvero un'innovazione formidabile, una rinascita di tutto quanto era nobile e grande nell'arte. Gli italiani del Trecento ritenevano che arte, scienza e cultura fiorite nel periodo classico fossero state distrutte dai barbari del Nord e che ora fosse loro compito far rivivere il glorioso passato. 
A Firenze nelle prime decadi del Quattrocento un gruppo di artisti volle creare un'arte nuova rompendo con le teorie del passato. L'emnente guida era un architetto che lavorava al completamento del duomo, Filippo Brunelleschi (1377-1446). Il duomo era gotico, e Brunelleschi conosceva perfettamente le innovazioni tecniche della tradizione gotica. La sua fama, poggia in gran parte su alcune scoperte da lui fatte nell'ambito della costruzione e della progettistica e che presupponevano la conoscenza dei metodi gotici di campare le volte. I fiorentini desideravano il loro duomo coronato da una cupola possente ma nessun artista sarebbe mai stato in grado di coprire l'immensa distanza fra i pilastri sui quali la cupola avrebbe dovuto poggiare se Filippo Brunelleschi non avesse trovato il sistema adatto. 


Filippo Brunelleschi. La cupola del Duomo di Firenze. 1420-1436

Egli ruppe completamente con lo stile tradizionale, abbracciando le idee di quanti aspiravano a una rinascita della grandezza romana. Non fu però mai sua intenzione copiare pedissequamente questi antichi edifici. Mirava piuttosto alla creazione di una nuova maniera architettonica nella quale le forme classiche, liberamente usate, contribuissero a creare nuove espressioni di armonia e bellezza. 
Per quasi cinquecento anni gli architetti d'Europa e d'America hanno seguito le sue orme. Solo nel Novecento alcuni architetti hanno cominciato a discutere i metodi di Bruneleschi, ribellandosi alla tradizione architettonica rinascimentale proprio come egli si era ribellato alla tradizione gotica. 



Filippo Brunelleschi. Cappela Pazzi a Firenze. 1430




Facciata di una cappella che Brunelleschi costrì per la potente famiglia dei Pazzi. Brunelleschi combinò colonne, pilastri e archi secondo il suo stile personale, raggiungendo un effetto di leggerezza e grazia diverso da qualsiiasi esempio precedente. Certi particolari come la cornice della porta, con il suo fronte classico, mostrano con quanta cura Brunelleschi avesse studiato le antiche rovine e costruzioni come il Pantheon. Si vede ancora più chiaramente quanto egli abbia studiato i modelli romani entrando all'interno, in cui non c'è nulla che possa rievocare i tratti tanto cari agli architetti gotici: non alte finestre né snelli pilastri, ma il muro bianco e cieco ripartito da pilastri grigi che, pur non essendo funzionali, richhiamano l'idea di un "ordine" classico. L'architetto ce li mise solo per dare rilievo alla linea e alle proporzioni dell'interno. 
A Brunelleschi è dovuta un'altra importante scoperta nel campo dell'arte, destinata a dominare nei secoli seguenti: la prospettiva. I greci e i maestri ellenistici abili nel creare l'illusione della profondità, non conoscevano le leggi matematiche secondo le quali gli oggetti diminuiscono di grandezza a mano a mano che si allontanano dallo spettatore. Fu Brunelleschi a dare agli artisti i mezzi matematici per risolvere tale problema. 


Masaccio. La Santissima Trinità con la Vergine, san Giovanni e i donatori. 1425-1428

La figura mostra una delle prime pitture eseguite con l'aiuto di norme matematiche. E' la pittura murale di una chiesa fiorentina e rappresenta la Santissima Trinità con la Vergine e san Giovanni ai piedi della Croce e i donatori - un anziano mercante e sua moglie - inginocchiati all'esterno. L'autore era soprannominato Masaccio (1401-1428), un peggiorativo di Tommaso. Era riuscito a rivoluzionare interamente la pittura. Una rivoluzione che non consisteva solo nell'accorgimento tecnico della prospettiva. Non grazia delicata, ma figure massicce e pesanti; non curve libere e fluenti, ma forme angolose e solide; e non graziosi particolari come fiori e pietre preziose, ma una rigida tomba con dentro il cadavere. Pur non imitandolo Masaccio ammirava la grandezza drammatica di Giotto. Il semplice gesto con cui la Vergine addita il figlio crocifisso è così eloquente e toccante perché è l'unico movimento che animi la pittura, composta più di statue che di figure. E, incorniciandole prospetticamente è proprio quest'effetto di statuaria solennità che Masaccio ha voluto sottolineare. Potremmo quasi toccarle, e questa sensazione ce le fa più vicine e intelligibili. Per i grandi maestri del Rinascimento, i nuovi accorgimenti e le nuove scoperte artistiche non erano mai fini a sé stessi. Se ne valevano solo per imprimere sempre più nelle menti il significato dei loro temi. 
Il più importante scultore della cerchia di Brunelleschi fu il maestro fiorentino Donatello (1386-1466). 



Donatello. San Giorgio. 1415-1416



Mostra una sua opera giovanile, ordinatagli dalla corporazione degli armaioli: san giorgio, loro patrono, destinata alla nicchia esterna di una chiesa fiorentina (Orsammichele). Il san Giorgio di Donatello poggia solidamente sulla terra, i suoi piedi sono piantati in modo risoluto al suolo, come se egli fosse ben deciso a non indietreggiare d'un solo palmo. Il volto è energico e intento. Sembra scrutare l'avvicinarsi del nemico e misurarne la grandezza, le mani appoggiate allo scudo, tutto teso in atteggiamento di sfida. Ad accendere la nostra ammirazione è l'intero suo atteggiamento verso la scultura, indice di una concezione completamente nuova. Benché la statua sia ricca di vita e di movimento, essa rimane pur sempre chiaramente delineata e solida come una roccia. Come le pitture di Masaccio, essa indica la volontà di Donatello di sostituire alla squisita raffinatezza dei suoi predecessori una nuova e vigorosa osservazione della natura. Alcuni particolari, come le mani o la fronte del santo, mostrano na netta indipendenza dai modelli tradizionali, frutto di un'autonoma e nuova osservazione delle vere fattezze umane. I maestri fiorentini del primo Quattrocento, cominciarono a osservare attentamente negli studi e nelle botteghe il corpo umano, chiedendo a modelli o a compagni d'arte di posare per loro negli atteggiamenti desiderati. E' questo nuovo metodo, è questo nuovo interesse che conferisce all'opera di Donatello tanta forza di persuasione. 
Come Giotto un secolo prima, egli fu spesso chiamato in altre città italiane per renderle più belle e più famose. 



Donatello. Il festino di Erode. 1423-1427


Un rilievo in bronzo eseguito da lui per il fonte battesimale di Siena circa dieci anni dopo il san Giorgio, nel 1427. Esso illustra un episodio della vita di san Giovanni Battista; la macabra scena in cui Salomè, come compenso della sua danza, ottine dal re Erode la testa del santo. Vediamo la sala regale del banchetto e, dietro, la tribuna dei musicanti e una fuga di stanze e scale. Il carnefice, si è inginocchiato dinanzi al re cui offre sopra un piatto la testa del santo. Il re si ritrae levando le mani inorridito, i bimbi piangono e fuggono, la madre di Salomè, istigatrice del delitto, sta parlando al re per spiegargli l'accaduto. Gli ospiti le fanno un grande vuoto d'intorno. Uno di essi si copre gli occhi con una mano, altri circondano Salomè che sembra avere appena interrotto la sua danza. In quest'opera di Donatello tutto è nuovo. Come le figure di Masaccio, quelle di Donatello sono dure e angolose nei loro movimenti. I gesti sono violenti, e non v'è alcun tentativo di mitigare l'orrore della storia. 
La nuova arte della prospettiva accresceva ancor più l'illusione della realtà. Donatello, fece del suo meglio per rappresentare un palazzo classico quale poteva essere quello in cui si svolgeva l'avvenimento scegliendo per figure di sfondo tipi romani. A quel tempo Donatello, aveva intrapreso uno studio sistematico dei ruderi romani per valersene nella sua azione volta a una rinascita artistica. Gli artisti attorno a Brunelleschi desidervano con tanto ardore un rinnovamento artistico che per realizzare i loro nuovi fini si volsero alla natura, alla scienza ai ruderi dell'antichità. 
Il dominio della scienza e la familiarità con l'arte classica rimasero per qualche tempo prerogativa esclusiva degli artisti italiani. Ma la volontà appassionata di creare un'arte nuova, ispirò pure gli artisti nordici di quella generazione. 


Claus Sluter. I profeti Daniele e Isaia. 1396-1404

Come la generazione di Donatello a Firenze, uno scultore d'oltralpe lottava per un'arte realistica e più stretta di quanto noon fossero le opere delicate dei suoi predecessori. Questi fu Claus Sluter, che lavorò dal 1380 al 1405, circa a Digione, a quel tempo capitale del ricco e prosperoso ducato di Borgogna. La sua opera più famosa è un gruppo di profeti (un tempo basamento di un grande crocifisso che in un famoso luogo di pellegrinaggio sormontava una fontana), cioè degli uomini le cui parole furono interpretate come profezia della Passione. Reggono in mano un gran rotolo di pergamena, in cui sonoscritte le parole profetiche, e sembrano meditare sull'evento drammatico incombente. L'uomo coon il turbante è Daniele, mentre il vecchio profeta a testa nuda è Isaia. Dinanzi a noi, più grandi del vero, variopinte e splendidamente dorate, non sembrano tanto statue quanto solenni personaggi di sacre rappresentazioni medievali sul punto di recitare la loro parte. 
L'artista le cui scoperte rivoluzionarie rappresentano subito un elemento innovatore fu il pittore Jan van Eyck (1390-1441). Egli era legato alla corte dei duchi di Borgogna, ma lavorò soprattutto in quella parte dei Paesi Bassi che era il Belgio. La sua opera principale è il grande polittico che si trova a Gand. 




Jan van Eyck. Polittico di Gand. 1432

Cominciato dal fratello maggiore di Jan, Hubert, e terminato da Jan nel 1432, in quello stesso decennio che vide il completamento delle grandi opere di Masaccio e Donatello. 
Ci sono molte affinità tra l'affresco di Masaccio a Firenze, e questa pala d'altare dipinta per una ciesa nelle lontane Fiandre. Ambedue mostrano il pio donatore e sua moglie in preghiera ai lati, tutti e due si concentrano su una grande immagine simbolica che nell'affresco è la Santa trinità e sull'altare è la mistica visione dell'Adoraziione dell'Agnello, che naturalmente simboleggia Cristo. La composizione si basa soprattutto sull'Apocalisse di san Giovanni: "un'immensa folla, che nessuno poteva contare, di ogni stirpe, tribù, popolo e lingua; essi stavano in piedi davanti al trono e davanti all'agnello". In alto vediamo Dio Padre, maestoso come in Masaccio, ma splendidamente insediato sul trono come un papa, tra la Santa Vergine e san Giovanni Battista che per primo Gesù l'"Agnello di Dio". 
L'altare con le sue varie immagini si può mostrare aperto, come accadeva nei giorni festivi quando tutti i suoi splendidi colori venivano rivelati, oppure chiuso come nei giorni feriali quando si presentava in un aspetto più sobrio. Qui l'artista ha rappresentato san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista come statue, come Giotto aveva rappresentato le figure delle Virtù e dei Vizi nella Cappella degli Scrovegni. In alti ci appare la scena familiare dell'Annunciazione. 
La sua più familiare dimostrazione del nuovo concetto di arte la riservò tutta alle ali interne: le fugure di Adamo ed Eva dopo il peccato. Nudi davvero appaiono, nonostante le foglie di fico che tangono in mano. Qui non c'è realmente un parallelismo con i maestri del primo Riascimento in Italia, i quali non abbandonarono mai del tutto le tradizioni dell'arte greca e romana. Jan van Eyck deve essersi messo di fronte dei modelli nudi e averli dipinti così fedelmente che le generazioni successive furono scandalizzate da tanta franchezza. Si osservi, la differenza la pazienza e la maestria con cui egli ha dipinto la lucentezza dei preziosi broccati indossati dagli angeli musicanti, e ovunque il brillio dei gioielli. Van Eyck non ruppe troppo radicalmente con le tradizioni del gotico internazionale come aveva fatto Masaccio. Seguì i metodi di artisti quali i fratelli De Limblurg, portandoli a un tale livello di perfezione da lasciarsi alle spalle i principi dell'arte medievale. I fratelli De Limbourg, si erano compiaciuti di riempire i loro lavori di figure piacevoli e di delicati particolari tratti dall'osservazione della realtà. Amavano mostrare la loro abilità nel dipingere fiori e animali, edifici, costumi sontuosi e gioielli, offrendo una vera festa all'occhio. Essi non si davano troppo pensiero della proporzione delle figure e dei paesaggi, e che quindi il loro disegno e la loro prospettiva non erano molto convincenti. L'osservazione dal vero di Van Eyck è ancora più paziente, la sua conoscenza dei particolari è ancora più esatta, gli alberi e l'edificio nello sfondo stanno a dimostrarlo. Nel dettaglio del riquadro di Van Eyck, alberi reali e paesaggio reale portano alla città e al castello che si staglianio sull'orizzonte. L'erba sulle rocce e i fiori nati nei crepacci (dipinti con pazienza infinita) non possono venir paragonati al sottobosco ornamentale della miniatura dei De Limbourg. Ciò che vale per il paesaggio vale anche per le figure. Tanta fu l'attenzione di Van Eyck nel riprodurre ogni minuto particolare che ci pare quasi di poter contare i peli delle criniere dei cavalli o delle guarnizioni di pelliccia sui costumi dei cavalieri. Il cavallo di Van Eyck, è vivo. Vediamo lo splendore dell'occhio, le pieghe della pelle; ha membra tonde modellate dal chiaroscuro. 
Gli artisti meridionali suoi contemporanei, i maestri fiorentini della cerchia del Brunelleschi, avevano perfezionato un metodo grazie al quale la natura poteva venir rappresentata in un quadro con un'esattezza quasi scientifica. Cominciavano con l'intelaiatura di linee prospettiche, e costruivano il corpo umano basandosi sull'anatomia e sulle leggi della prospettiva. Van Eyck, raggiunse l'illusione del vero sommando pazientemente un particolare all'altro, affinché l'intero quadro apparisse come uno specchio del mondo visibile. Questa differenza tra arte nordica e italiana durò a lungo e fu importante, ogni opera che eccelle nella rappresentazione della bellezza, esteriore degli oggetti, dei fiori, dei gioielli o dei tessuti, sarà opera di un artista nordico, e più probabilmente dei Paesi Bassi; mentre una pittura dai contorni arditi, dalla prospettiva chiara e dalla sicura conoscenza del mirabile corpo umano sarà italiana. 
Per riuscire a rispecchiare la realtà in ogni particolare, Van Eyck doveva migliorare la tecnica della pittura: inventò la pittura a olio. La sua non fu un'assoluta novità come la scoperta della prospettiva; semplicemente egli ideò una nuova ricetta per la preparazione dei colori. I pittori di quel tempo, dovevano estrarre le loro tinte da piante colorate e da minerali che solevano frantumare loro stessi fra due pietre o affidando l'incarico a un apprendista, stemperando prima dell'uso con un liquido la polvere così ottenuta in modo da ricavarne una specie di impasto. In tutto il medioevo l'elemento liquido era perlopiù un uovo, perfettamente adatto allo scopo, ma che presentava lo svantaggio di seccare piuttosto in fretta. Questo tipo di pittura è detto a tempera. Usando l'olio invece dell'uovo, egli poteva lavorare più lenntamente e con maggiore precisione; poteva valersi di colori brillantida sovrapporre a strati trasparenti di velaturem e aggiungere gli effetti di maggior rilievo e splendore con un pannello appuntito, ottenendo così quei miracoli di esattezza che stupirono i contemporanei e fecero ben presto adottare da tutti la pittura a olio.




Jan van Eyck. I coniugi Arnolfini. 1434

L'arte di Van Eyck ottenne forse nei ritratti i risultati più brillanti. Uno dei suoi ritratti più famosi rappresenta un mercante italiano, Giovanni Arnolfini, recatosi nei Paesi Bassi per ragioni di commercio, con la sposa Giovanna Cenami. E' un'opera nuova e rivoluzionaria quanto quelle di Masaccio e di Donatello in Italia. Un angolo qualsiasi del mondo reale è stato colto istantaneamente su un pannello come per magia. Eccolo in tutti i suoi particolari: il tappeto, le pianelle, il rosario appeso alla parete, il piumino accanto al letto, e la frutta accanto alla finestra. La giovane ha appena messo la destra nella mano sinistra dell'Arnolfini, ed egli sta per mettere la sua destra in quella di lei, come pegno solenne della loro unione. Forse al pittore venne chiesto di perpetuare questo momento perché vi aveva assistito. Questo spiegherebbe perché il maestro abbia messo il proprio nome in un punto importante del quadro, con le parole latine Johanness de eyck fuit hic (Jan van Eyck era presente). Nello specchio in fondo alla camera vediamo tutta la scena riflessa a rovescio e lì pare si possa scorgere anche l'immagine del pittore e dei testimoni. Per la prima volta nella storia, l'artista diventa un perfetto testimone oculare nel senso più vero del termine. 


Konrad Witz. La pesca miracolosa. 1444

In questo tentativo di rendere la realtà come appare all'occhio, Van Evck, dovette rinunciare agli schemi piacevoli e alle fluenti curve del gotico internazionale. In ogni parte d'Europa, gli artisti di quella generazione, nella loro appassionata ricerca della verità sfidarono le più antiche concezioni estetiche e probabilmente scandalizzarono parecchie persone anziane. Uno dei più radicali innovatori fu un pittore svizzero di nome Konrad Witz (1400-1446). La figura è tratta dalla pala d'altare che egli dipinse per la città di Ginevra nel 1444. E' dedicata a San Pietro e rappresenta l'incontro del santo con Cristo dopo la Resurrezione, come viene raccontato nel Vangelo di san Giovanni, al capitolo 21. Alcuni apostoli e i loro seguaci erano andati a pescare al lago di Tiberiade, ma non avevano preso nulla. Allo spuntar del giorno Gesù si trovò sulla riva, ma essi non lo riconobbero. Disse loro di gettare la rete dal lato destro della barca e la rete si riempì talmente di pesce che non riuscivano più a tirarla su. In quel momento uno di loro disse: "E' il Signore", e a queste parole san Pietro "si cinse il camiciotto, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, dopo di che spartirono la colazione con Gesù. Witz voleva presentare nella sua verità ai ginevrini la scena del Cristo ritto sulle acque. E così non dipinse un lago qualsiasi, ma un lago che tutti conoscevano, il lago di Ginevra, con il massiccio del monte Salève alto nello sfondo. E' un paesaggio reale, che tutti potevano vedere, che esiste tutt'oggi ed è ancora molto simile al quadro. E' forse, il primo "ritratto" di una veduta vera che sia mai stato tentato. Su questo lago reale Witz dipinse i pescatori reali, non i contegnosi apostoli delle antiche pitture ma volgare gente del popolo, affaccendata attorno agli arnesei da pesca e goffamente indaffarata a tenere in bilico il barcone. San Pietro sembrava annaspare disperatamente nell'acqua, proprio come in realtà dev'essere avvenuto. Solo Cristo si erge tranquillo e fermo sulle onde. La sua figura solida richiama alla mente quella del grande affresco di Masaccio. 

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domenica 31 dicembre 2017

Cortigiani e borghesi. Il XIV secolo

CORTIGIANI E BORGHESI
II XIV secolo

Il Duecento era stato il secolo delle grandi cattedrali. Il lavoro in queste immense imprese continuò nel Trecento e persino più in là. A metà del XII secolo, quando lo stile gotico si stava appena sviluppando, l'Europa era ancora un continente di contadini scarsamnte popolato, che aveva nei monasteri e nei castelli baronali i suoi massimi centri di potere e di cultura. L'ambizioni delle grandi diocesi di avere ppossenti cattedrali fu il primo indizio, di un risvegliato orgoglio civico. Ma centocinquant'anni  più tardi tali città erano diventate centri fecondi, di commerci la cui borghesia si sentiva sempre più indipendente dal potere della Chiesa e dei signori feudali. I nobili si trasferivano nelle città, dotate da agi e raffinatezze,  in cui potevano dispiegare la loro opulenza alle corti dei grandi. Le opere di Chaucer, con i suoi cavalieri e gentiluomini di campagna, frati e artigiani. 
In Inghilterra si fa una distinzione fra lo stile gotico puro delle prime cattedrali conosciuto come "gotico primitivo inglese",  lo sviluppo posteriore, conosciuto come "gotico fiorito". I costruttori gotici del Trecento, amavano mostrare la loro abilità, nella decorazione e nella complessità dell'ornato. La facciata ovest della cattedrale di Exeter è un tipico esempio di tale gusto. 


Cattedrale di Exeter 1350-1400
Nelle prospere città in via di sviluppo, venivano costituiti molti edifici secolari, minicipi, sedi di corporazioni, collegi, palazzi, ponti e porte cittadine. 


Palazzo Ducale a Venezia. Iniziato nel 1309

Il Palazzo Ducale di Venezia iniziato nel Trecento quando la potenza e la prosperità della Serenissima erano all'apice. La fase successiva del gotico, bnché indulgesse il decorativismo e all'ornato, poteva tuttavia raggiungere un suo effetto grandioso. 
Le opere più caratteristiche della struttura del Trecento sono i lavori più minuti in metallo prezioso e in avorio; nei quali eccellevano gli aritefici del tempo. Una statuetta d'argento della Vergine creata da un orafo francese. Opere del genere, erano per lo più destinate a qualche cappella privata. Non intendono ispirare amore e tenerezza. L'orafo parigino pensa alla Vergine come una madre reale, e a Cristo come a un bambino vero e proprio, con la manina tesa verso il volto della madre. La Vergine appoggia il braccio sul fianco per reggere il Bambino e piega lievemente il capo verso di lui, così che tutto il corpo pare ondeggiare impercettibilmente in un'aggraziata curva, molto simile a una "esse". Era questo un modo caro agli artisti gotici di quel periodo: infatti l'autore della storia: infatti l'autore della statua probabilmente non inventò né l'ateggiamento particolare della Madonna né il motivo del Bambino che gioca. Il suo contributo personale fu la squisita rifinitezza di ogni particolare, la bellezza delle mani, le pieghe del braccio del Bambino, la meravigliosa superficie d'argento dorato e di smalto è l'esatto equilibrio della statua con la testa piccola e graziosa sul corpo snello allungato. Particolari come quello del drappeggio ricadente sul braccio destro mostrano la cura infinita dell'artista nel trovare linee aggraziate e armoniose. Esse furono eseguite per essere apprezate da veri intenditori e considerate cose preziose e degne di alta considerazione. 
L'amore dei pittori trecenteschi per la grazia e la delicatezza di particolari si può constatare in famosi manooscritti miniati, come il salterio inglese noto come il Salterio della regina Maria. Viene rappresentata la disputa di Cristo con gli scribi nel tempio. Cristo siede su un seggio altissimo e spiega qualche punto della dottrina, accompagnandosi con quel gesto che negli artisti medievali caratteriizzava ii maestro. gli scribi ebrei invece alzano le mani in atteggiamenti di meraviglia e di sgomento, e così pure i genitori di Cristo che entrano in quel punto sulla scena, guardandosi stupiti. L'artista non coonosce ancora la maniera giottesca di rappresentare un episodio rendendolo vivo. Cristo aveva dodici anni è piccolo rispetto agli adulti e l'artista non tanta di diminuire fra una figura e l'altra un certo spazio. Tutte le facce sono disegnate secondo un'unica semplice formula, con le sopracciglia ad arco, la bocca volta in giù i capelli e la barba ricciuti. In fondo alla pagina, un'altra scena che non ha nulla a che fare con il sacro testo. E' un tema della vita quotidiana di quei tempi, la caccia delle anatre con il falco. Con gran diletto dell'uomo e delle donne a cavallo, e del ragazzo che li precede, il falco è appena calato su un'anatra, mentre altre due stanno fuggendo. L'artista, ha studiato vere anatre e veri falchi, prima di dipingere la scena profana. Forse la narrazione biblica gli incuteva troppo rispetto per potervi introdurre immagini di vita reale, e preferì tenere separate le due cose: la narrazione nitida e simbolica con atteggiamenti di pronta e facile lettura e senza particolari capaci di distrarre, e, sul margine della pagina, quel tratto di vita reale, che ricorda ancora una volta come questo sia il secolo di Chaucer. Nel corso del Trecento, laggraziata narrazione e l'osservazione fedele, vennero gradatamente fusi. 


Simone Martini e Lippo Memmi. L'Annunciazione 1333

In Italia a Firenze, l'arte di Giotto aveva mutato l'intera concezione della pittura. L'influenza delle idee di Giotto andò nelle regioni al di là delle Alpi, proprio mentre gli ideali dei pittori gotici del Nord cominciavano a influenzare i maestri meridionali. Fu a Siena, la grande città toscana rivale di Firenze, che il gusto e l'arte noordici fecero una profondissima impressione. Il grande maestro della generazione di Giotto, Duccio di Buoninsegna, (1255/1260 - 1315/1318), aveva tentato e con successo di immettere nuova vita nelle vecchie forme biizantine anziché scartarle senz'altro. La pala d'altare, è opera di due giovani artisti di questa scuola - Simone Martini (1285?-1344) e Lippo Memmi (morto nel 1347?). Essa ci mostra fino a che punto gli ideali e l'atmosfera generale del Trecento fossero stati accolti dall'arte senese. Rappresenta quel momento dell'annunciazione in cuui l'arcangelo Gabriele giunge dal cielo per salutare la Vergine, e possiamo leggere le parole che gli escono di bocca: "Ave, gratia plena". Nella sinistra stringe un ramoscello d'ulivo simbilo di pace; la destra è alzata come se si accingesse a parlare. La Vergine stava leggendo. L'apparizione dell'angelo l'ha colta di sorpresa. Ella si ritrae con un moto di sgomento e di umiltà, mentre si volge a guardare il messaggero celeste. Tra i due è un vaso di gigli bianchi, simbolo di verginità, e in alto nell'arco acuto centrale vediamo la colomba, simbolo dello Spirito Santo, cirncondata da cherubini quadrialati. Questi maestri amavano amavano le curve gentili del drappeggio fluente e la grazia dei crpi snelli. Tutto il dipinto asssomiglia ad una veziosa opera d'orafo, con le figura stagliate su un fondo d'oro, e tanto abilmente disposte da formare un'ammirevole composizione. I pittori avevano imparato dalla tradizione medievale l'arte di distribuire le figure in uno schema. Il vaso è un vero vaso che poggia su un vero pavimento di pietra, e possiamo individuarne esattamente la posizione in rapporto all'angelo e alla Vergine. Il banco su cui siede la Vergine è un vero banco che si prolunga nello sfondo, e il libro che la Madonna tiene in mano è non soltanto il simbolo di un libro, ma un vero libro di preghiere investito dalla luce e con un pò d'ombra tra pagina e pagina, che l'artista deve aver accuratamente studiato dal vero. 
Giotto fu contemporaneo di Dante, che lo menziona nella Divina Commedia, Simone Martini, fu amico di Petrarca, il massimo poeta italiano della generazione successiva, dai cui sonetti iin onore di Laura apprendiamo che il pittore fece a quest'ultima uun ritratto carissimo allo scrittore. Nel medioevo gli artisti si accontentavano di usare qualsiasi figura convenzionale di uomo e di donna scrivendovi sopra il nome della persona effigiata. Questo artista e altri maestri del Trecento dipingevano secondo natura, ciò si deve forse proprio a Simone Martini e a quel suo modo di interpretare la natura e osservarla in tutti i particolari. Come Petrarca, Simone Martini passò parecchi anni alla corte pontificia, che a quel tempo era ad Avignone, in Francia. La Francia era ancora il centro dell'Europa, e le idee e gli stili francesi esercitavano ovunque grande influenza. La Germania era governata da una famiglia oriunda del Lussemburgo che aveva la sua residenza a Praga. Nella cattedrale di Praga c'è una meravigliosa collezione di gusti rispondenti a questo periodo (tra il 1379; e il 1386), che rappresentano i benefattori della chiesa. Ma ora non c'è più diubbio: siamo di fronte a veri ritratti, poiché la serie include i busti dei contemporanei, compreso uno dell'artista cui era affidata l'opera; Peter Parler il Giovane (1330-1399), che è con ogni probabilità, il primo vero autoritratto di un'artista a noi noto. 


Peter Parler il Giovane. Autoritratto, 1379-1386



La Boemia divenne uno dei centri attraverso i qualil'influenza italiana e francese si diffuse su più larga scala, giungendo fino ai Paesi lontani come l'Inghilterra, dove Riccardo II aveva sposato Anna di Boemia. L'Inghilterra commerciava con la Borgogna: l'Europa infatti, costituiva ancora una grande unità. Gli artisti e le idee passavano da un centro all'altro. Allo stile sorto da questo scambioverso la fine del Trecento gli storici hanno dato il nome di "gotico internazionale". Un mirabile esempio lo troviamoin Inghilterra, nel cosiddetto Dittico di Wilton House: anch'esso perpetua l'effigie di un personaggio storico, cioè lo sfortunato marito di Anna di Boemia, Riccardo II. Questi è ritratto inginocchiato iin preghiera mentre san Giovanni Battista e due santi patroni della famiglia reale, lo raccomandano alla santa Vergine; questa pare ergersi sul prato fiorito del giardino, circondata da angeli di radiosa bellezza, che recano tutti l'insegna del re, il cervo bianco con le corna d'oro. Il Bambino Gesù si china vispo in avanti come per benedire il re o dargli il benvenuto e rassicurarlo che le sue preghiere sono state accolte. Nella consuetudine dei "ritratti di donatori" sopravvive qualcosa dell'antica credenza nel potere magico delle immagini. 


Dittico di Wilton House 1395



L'arte del dittico di Wilton condivide il gusto delle belle linee fluenti e dei motivi graziosi e delicati. Il gesto con cui la Vergine tocca il piede del Bambino Gesù e l'atteggiamento degli angeli dalle mani lunghe e affusolate ci ricordano figure già viste. Vediamo come l'artista desse prova nella sua abilità nello scorcio, per esempio nell'angelo inginocchiato nel lato sinistro del pannello, e come si compiaccia di fare uso degli studi dal vero nei molti fiori che adornano il paradiso di sua immaginazione. 
Gli artisti del gotico internazionale applicarono lo stesso spirito di osservazione e lo stesso gusto delle cose belle e delicate nel ritrarre il mondo che li circondava. Si era usato ornare i calendari con scene che illustravano le varie occupazioni dell'anno. Un calendario annesso a un libro di preghiere che un ricco borgognone aveva commissionato alla bottega dei fratelli de Limbourg, mostra come queste pitture dal vero avessero guadagnato in vivacità e sprito d'osservazione. 


Paul e Jean de Limbourg

La miniatura rappresenta la festa di primavera che si celebrava ogni anno alla corte ducale. I gentiluomini cavalcano attraverso un bosco in abbigliamenti vivaci e inghirlandati di fronde e fiori. Ancora una volta dobbiamo pensare a Chaucer e ai suoi pellegrini, perché anche il nostro miniaturista si sforzò di caratterizzare i diversi tipi. Un dipinto come questo venne probabilmente eseguito con la lente d'ingrnadimento ee dovrebbe essere guardato con la stessa appassionata attenzione. Tutti i particolari squisiti di cui l'artista ha affollato la pagina si fondono nel costruire un quadro che si avvicina molto a una scena reale. L'artista ha chiuso lo sfondo con una sorta di cortina d'alberi dietro la quale spuntano i tetti di un vasto castello. La sua arte sembra tanto lontana dalla tecnica narrativa simbolica dei pittori precedenti che solo con uno sforzo ci si può rendere conto che nemmeno lui riesce a creare lo spazio intorno alle sue figure, e che raggiunge l'illusione della realtà soprattutto attraverso un più intenso rilievo del particolare. Gli alberi non sono alberi reali dipinti dal vero, ma piuttosto una fila di alberi simboolici, l'uno accanto all'altro, e i volti sono ancora sviluppati più o meno secondo un'unica piacevole formula. Dalla chiarezza e dalla comunicabilità necessarie a una narrazione sacra, l'interesse si era andato gradatamente spostando verso una rappresentazione capace di rendere, un aspetto della natura. I due ideali non sono necessariamente contrastanti. Era possibile mettere la conoscenza della natura di recente conquista al servizio dell'arte religiosa come avevano fatto i maestri del Trecento, e come altri maestri avrebbero fatto dopo di loro; ma, il compito era comnque cambiato. Ora l'artista doveva essere capace di fare studi dal vero e inserirli nei suoi dipinti. Cominciò dunque a usare un taccuino, accumulandovi una provvista di schizzi di piante e di animali rari e belli. 


Antonio Pisanello. Studi di scimmia. 1430

Un disegno eseguito da un artista dell'Italia settentrionale, Antonio Pisano detto il Pisanello (1397-1455), appena una ventina d'anni dopo la miniatura dei de Limbourg, mostra come gli artisti si dedicassero ormai con passione a studiare un animale vivo. Il pubblico cominciò a giudicare in base all'abilità con cui era ritratta la natura e all'abbondanza di particolari attraenti che arricchivano i quadri. Gli artisti non si accontentavano più della maestria recentemente acquistata nel dipingere particolari quali fiori o animali dal vero; volevano investigare le leggi dell'ottica e raggiungere una conoscenza tale del corpo umano, da poterlo rendere in statue e quadri come avevano fatto i greci e i romani. Quando il loro interesse prese questa direzione, si giunse al periodo comunemente noto sotto il nome di Rinascimento. 

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