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lunedì 8 gennaio 2018

La Conquista della realtà. Il primo Quattrocento

La Conquista della realtà
Il primo Quattrocento

Rinascimento significa rinascita, e l'idea di questa rinascita aveva cominciato a diffondersi in Italia fin dal tempo di Giotto. Giotto era stato esaltato pere aver fatto rinascere l'arte: con questa espressione si intendeva che la sua arte poteva stare alla pari con quella dei famosi maestri elogiati dagli scrittori greci e romani. Gli italiani sapevano che nell'antichità la loro terra, era stata il centro del mondo civile, e che la sua potenza e la sua gloria erano finite il giorno in cui, le tribù germaniche, i goti e i vandali, avevano invaso il Paese e spezzato l'unità dell'impero romano. Il periodo fra l'età classica, cui gurdavano con orgoglio, e la nuova epoca di rinascita, in cui speravano, era soltanto un triste lasso di tempo "l'età di mezzo". Da questo concetto di rinascita o rinascimento, derivò l'altro, di un periodo intermedio, di un medioevo: termini tuttora in uso. Gli italiani accusavano i goti della caduta dell'impero romano: l'arte di quel periodo intermedio fu per loro gotica, ossia barbarica, così come tuttora parliamo di vandalismo quando alludiamo a una inutile distruzione di cose belle. 
La rinascita dell'arte, dopo i tumulti e i rivlgimenti dell'alto medioevo, si produsse gradualmente, e proprio nel periodo gotico, essa ebbe i suoi inizi. Le nuove conquiste di Giotto apparvero un'innovazione formidabile, una rinascita di tutto quanto era nobile e grande nell'arte. Gli italiani del Trecento ritenevano che arte, scienza e cultura fiorite nel periodo classico fossero state distrutte dai barbari del Nord e che ora fosse loro compito far rivivere il glorioso passato. 
A Firenze nelle prime decadi del Quattrocento un gruppo di artisti volle creare un'arte nuova rompendo con le teorie del passato. L'emnente guida era un architetto che lavorava al completamento del duomo, Filippo Brunelleschi (1377-1446). Il duomo era gotico, e Brunelleschi conosceva perfettamente le innovazioni tecniche della tradizione gotica. La sua fama, poggia in gran parte su alcune scoperte da lui fatte nell'ambito della costruzione e della progettistica e che presupponevano la conoscenza dei metodi gotici di campare le volte. I fiorentini desideravano il loro duomo coronato da una cupola possente ma nessun artista sarebbe mai stato in grado di coprire l'immensa distanza fra i pilastri sui quali la cupola avrebbe dovuto poggiare se Filippo Brunelleschi non avesse trovato il sistema adatto. 


Filippo Brunelleschi. La cupola del Duomo di Firenze. 1420-1436

Egli ruppe completamente con lo stile tradizionale, abbracciando le idee di quanti aspiravano a una rinascita della grandezza romana. Non fu però mai sua intenzione copiare pedissequamente questi antichi edifici. Mirava piuttosto alla creazione di una nuova maniera architettonica nella quale le forme classiche, liberamente usate, contribuissero a creare nuove espressioni di armonia e bellezza. 
Per quasi cinquecento anni gli architetti d'Europa e d'America hanno seguito le sue orme. Solo nel Novecento alcuni architetti hanno cominciato a discutere i metodi di Bruneleschi, ribellandosi alla tradizione architettonica rinascimentale proprio come egli si era ribellato alla tradizione gotica. 



Filippo Brunelleschi. Cappela Pazzi a Firenze. 1430




Facciata di una cappella che Brunelleschi costrì per la potente famiglia dei Pazzi. Brunelleschi combinò colonne, pilastri e archi secondo il suo stile personale, raggiungendo un effetto di leggerezza e grazia diverso da qualsiiasi esempio precedente. Certi particolari come la cornice della porta, con il suo fronte classico, mostrano con quanta cura Brunelleschi avesse studiato le antiche rovine e costruzioni come il Pantheon. Si vede ancora più chiaramente quanto egli abbia studiato i modelli romani entrando all'interno, in cui non c'è nulla che possa rievocare i tratti tanto cari agli architetti gotici: non alte finestre né snelli pilastri, ma il muro bianco e cieco ripartito da pilastri grigi che, pur non essendo funzionali, richhiamano l'idea di un "ordine" classico. L'architetto ce li mise solo per dare rilievo alla linea e alle proporzioni dell'interno. 
A Brunelleschi è dovuta un'altra importante scoperta nel campo dell'arte, destinata a dominare nei secoli seguenti: la prospettiva. I greci e i maestri ellenistici abili nel creare l'illusione della profondità, non conoscevano le leggi matematiche secondo le quali gli oggetti diminuiscono di grandezza a mano a mano che si allontanano dallo spettatore. Fu Brunelleschi a dare agli artisti i mezzi matematici per risolvere tale problema. 


Masaccio. La Santissima Trinità con la Vergine, san Giovanni e i donatori. 1425-1428

La figura mostra una delle prime pitture eseguite con l'aiuto di norme matematiche. E' la pittura murale di una chiesa fiorentina e rappresenta la Santissima Trinità con la Vergine e san Giovanni ai piedi della Croce e i donatori - un anziano mercante e sua moglie - inginocchiati all'esterno. L'autore era soprannominato Masaccio (1401-1428), un peggiorativo di Tommaso. Era riuscito a rivoluzionare interamente la pittura. Una rivoluzione che non consisteva solo nell'accorgimento tecnico della prospettiva. Non grazia delicata, ma figure massicce e pesanti; non curve libere e fluenti, ma forme angolose e solide; e non graziosi particolari come fiori e pietre preziose, ma una rigida tomba con dentro il cadavere. Pur non imitandolo Masaccio ammirava la grandezza drammatica di Giotto. Il semplice gesto con cui la Vergine addita il figlio crocifisso è così eloquente e toccante perché è l'unico movimento che animi la pittura, composta più di statue che di figure. E, incorniciandole prospetticamente è proprio quest'effetto di statuaria solennità che Masaccio ha voluto sottolineare. Potremmo quasi toccarle, e questa sensazione ce le fa più vicine e intelligibili. Per i grandi maestri del Rinascimento, i nuovi accorgimenti e le nuove scoperte artistiche non erano mai fini a sé stessi. Se ne valevano solo per imprimere sempre più nelle menti il significato dei loro temi. 
Il più importante scultore della cerchia di Brunelleschi fu il maestro fiorentino Donatello (1386-1466). 



Donatello. San Giorgio. 1415-1416



Mostra una sua opera giovanile, ordinatagli dalla corporazione degli armaioli: san giorgio, loro patrono, destinata alla nicchia esterna di una chiesa fiorentina (Orsammichele). Il san Giorgio di Donatello poggia solidamente sulla terra, i suoi piedi sono piantati in modo risoluto al suolo, come se egli fosse ben deciso a non indietreggiare d'un solo palmo. Il volto è energico e intento. Sembra scrutare l'avvicinarsi del nemico e misurarne la grandezza, le mani appoggiate allo scudo, tutto teso in atteggiamento di sfida. Ad accendere la nostra ammirazione è l'intero suo atteggiamento verso la scultura, indice di una concezione completamente nuova. Benché la statua sia ricca di vita e di movimento, essa rimane pur sempre chiaramente delineata e solida come una roccia. Come le pitture di Masaccio, essa indica la volontà di Donatello di sostituire alla squisita raffinatezza dei suoi predecessori una nuova e vigorosa osservazione della natura. Alcuni particolari, come le mani o la fronte del santo, mostrano na netta indipendenza dai modelli tradizionali, frutto di un'autonoma e nuova osservazione delle vere fattezze umane. I maestri fiorentini del primo Quattrocento, cominciarono a osservare attentamente negli studi e nelle botteghe il corpo umano, chiedendo a modelli o a compagni d'arte di posare per loro negli atteggiamenti desiderati. E' questo nuovo metodo, è questo nuovo interesse che conferisce all'opera di Donatello tanta forza di persuasione. 
Come Giotto un secolo prima, egli fu spesso chiamato in altre città italiane per renderle più belle e più famose. 



Donatello. Il festino di Erode. 1423-1427


Un rilievo in bronzo eseguito da lui per il fonte battesimale di Siena circa dieci anni dopo il san Giorgio, nel 1427. Esso illustra un episodio della vita di san Giovanni Battista; la macabra scena in cui Salomè, come compenso della sua danza, ottine dal re Erode la testa del santo. Vediamo la sala regale del banchetto e, dietro, la tribuna dei musicanti e una fuga di stanze e scale. Il carnefice, si è inginocchiato dinanzi al re cui offre sopra un piatto la testa del santo. Il re si ritrae levando le mani inorridito, i bimbi piangono e fuggono, la madre di Salomè, istigatrice del delitto, sta parlando al re per spiegargli l'accaduto. Gli ospiti le fanno un grande vuoto d'intorno. Uno di essi si copre gli occhi con una mano, altri circondano Salomè che sembra avere appena interrotto la sua danza. In quest'opera di Donatello tutto è nuovo. Come le figure di Masaccio, quelle di Donatello sono dure e angolose nei loro movimenti. I gesti sono violenti, e non v'è alcun tentativo di mitigare l'orrore della storia. 
La nuova arte della prospettiva accresceva ancor più l'illusione della realtà. Donatello, fece del suo meglio per rappresentare un palazzo classico quale poteva essere quello in cui si svolgeva l'avvenimento scegliendo per figure di sfondo tipi romani. A quel tempo Donatello, aveva intrapreso uno studio sistematico dei ruderi romani per valersene nella sua azione volta a una rinascita artistica. Gli artisti attorno a Brunelleschi desidervano con tanto ardore un rinnovamento artistico che per realizzare i loro nuovi fini si volsero alla natura, alla scienza ai ruderi dell'antichità. 
Il dominio della scienza e la familiarità con l'arte classica rimasero per qualche tempo prerogativa esclusiva degli artisti italiani. Ma la volontà appassionata di creare un'arte nuova, ispirò pure gli artisti nordici di quella generazione. 


Claus Sluter. I profeti Daniele e Isaia. 1396-1404

Come la generazione di Donatello a Firenze, uno scultore d'oltralpe lottava per un'arte realistica e più stretta di quanto noon fossero le opere delicate dei suoi predecessori. Questi fu Claus Sluter, che lavorò dal 1380 al 1405, circa a Digione, a quel tempo capitale del ricco e prosperoso ducato di Borgogna. La sua opera più famosa è un gruppo di profeti (un tempo basamento di un grande crocifisso che in un famoso luogo di pellegrinaggio sormontava una fontana), cioè degli uomini le cui parole furono interpretate come profezia della Passione. Reggono in mano un gran rotolo di pergamena, in cui sonoscritte le parole profetiche, e sembrano meditare sull'evento drammatico incombente. L'uomo coon il turbante è Daniele, mentre il vecchio profeta a testa nuda è Isaia. Dinanzi a noi, più grandi del vero, variopinte e splendidamente dorate, non sembrano tanto statue quanto solenni personaggi di sacre rappresentazioni medievali sul punto di recitare la loro parte. 
L'artista le cui scoperte rivoluzionarie rappresentano subito un elemento innovatore fu il pittore Jan van Eyck (1390-1441). Egli era legato alla corte dei duchi di Borgogna, ma lavorò soprattutto in quella parte dei Paesi Bassi che era il Belgio. La sua opera principale è il grande polittico che si trova a Gand. 




Jan van Eyck. Polittico di Gand. 1432

Cominciato dal fratello maggiore di Jan, Hubert, e terminato da Jan nel 1432, in quello stesso decennio che vide il completamento delle grandi opere di Masaccio e Donatello. 
Ci sono molte affinità tra l'affresco di Masaccio a Firenze, e questa pala d'altare dipinta per una ciesa nelle lontane Fiandre. Ambedue mostrano il pio donatore e sua moglie in preghiera ai lati, tutti e due si concentrano su una grande immagine simbolica che nell'affresco è la Santa trinità e sull'altare è la mistica visione dell'Adoraziione dell'Agnello, che naturalmente simboleggia Cristo. La composizione si basa soprattutto sull'Apocalisse di san Giovanni: "un'immensa folla, che nessuno poteva contare, di ogni stirpe, tribù, popolo e lingua; essi stavano in piedi davanti al trono e davanti all'agnello". In alto vediamo Dio Padre, maestoso come in Masaccio, ma splendidamente insediato sul trono come un papa, tra la Santa Vergine e san Giovanni Battista che per primo Gesù l'"Agnello di Dio". 
L'altare con le sue varie immagini si può mostrare aperto, come accadeva nei giorni festivi quando tutti i suoi splendidi colori venivano rivelati, oppure chiuso come nei giorni feriali quando si presentava in un aspetto più sobrio. Qui l'artista ha rappresentato san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista come statue, come Giotto aveva rappresentato le figure delle Virtù e dei Vizi nella Cappella degli Scrovegni. In alti ci appare la scena familiare dell'Annunciazione. 
La sua più familiare dimostrazione del nuovo concetto di arte la riservò tutta alle ali interne: le fugure di Adamo ed Eva dopo il peccato. Nudi davvero appaiono, nonostante le foglie di fico che tangono in mano. Qui non c'è realmente un parallelismo con i maestri del primo Riascimento in Italia, i quali non abbandonarono mai del tutto le tradizioni dell'arte greca e romana. Jan van Eyck deve essersi messo di fronte dei modelli nudi e averli dipinti così fedelmente che le generazioni successive furono scandalizzate da tanta franchezza. Si osservi, la differenza la pazienza e la maestria con cui egli ha dipinto la lucentezza dei preziosi broccati indossati dagli angeli musicanti, e ovunque il brillio dei gioielli. Van Eyck non ruppe troppo radicalmente con le tradizioni del gotico internazionale come aveva fatto Masaccio. Seguì i metodi di artisti quali i fratelli De Limblurg, portandoli a un tale livello di perfezione da lasciarsi alle spalle i principi dell'arte medievale. I fratelli De Limbourg, si erano compiaciuti di riempire i loro lavori di figure piacevoli e di delicati particolari tratti dall'osservazione della realtà. Amavano mostrare la loro abilità nel dipingere fiori e animali, edifici, costumi sontuosi e gioielli, offrendo una vera festa all'occhio. Essi non si davano troppo pensiero della proporzione delle figure e dei paesaggi, e che quindi il loro disegno e la loro prospettiva non erano molto convincenti. L'osservazione dal vero di Van Eyck è ancora più paziente, la sua conoscenza dei particolari è ancora più esatta, gli alberi e l'edificio nello sfondo stanno a dimostrarlo. Nel dettaglio del riquadro di Van Eyck, alberi reali e paesaggio reale portano alla città e al castello che si staglianio sull'orizzonte. L'erba sulle rocce e i fiori nati nei crepacci (dipinti con pazienza infinita) non possono venir paragonati al sottobosco ornamentale della miniatura dei De Limbourg. Ciò che vale per il paesaggio vale anche per le figure. Tanta fu l'attenzione di Van Eyck nel riprodurre ogni minuto particolare che ci pare quasi di poter contare i peli delle criniere dei cavalli o delle guarnizioni di pelliccia sui costumi dei cavalieri. Il cavallo di Van Eyck, è vivo. Vediamo lo splendore dell'occhio, le pieghe della pelle; ha membra tonde modellate dal chiaroscuro. 
Gli artisti meridionali suoi contemporanei, i maestri fiorentini della cerchia del Brunelleschi, avevano perfezionato un metodo grazie al quale la natura poteva venir rappresentata in un quadro con un'esattezza quasi scientifica. Cominciavano con l'intelaiatura di linee prospettiche, e costruivano il corpo umano basandosi sull'anatomia e sulle leggi della prospettiva. Van Eyck, raggiunse l'illusione del vero sommando pazientemente un particolare all'altro, affinché l'intero quadro apparisse come uno specchio del mondo visibile. Questa differenza tra arte nordica e italiana durò a lungo e fu importante, ogni opera che eccelle nella rappresentazione della bellezza, esteriore degli oggetti, dei fiori, dei gioielli o dei tessuti, sarà opera di un artista nordico, e più probabilmente dei Paesi Bassi; mentre una pittura dai contorni arditi, dalla prospettiva chiara e dalla sicura conoscenza del mirabile corpo umano sarà italiana. 
Per riuscire a rispecchiare la realtà in ogni particolare, Van Eyck doveva migliorare la tecnica della pittura: inventò la pittura a olio. La sua non fu un'assoluta novità come la scoperta della prospettiva; semplicemente egli ideò una nuova ricetta per la preparazione dei colori. I pittori di quel tempo, dovevano estrarre le loro tinte da piante colorate e da minerali che solevano frantumare loro stessi fra due pietre o affidando l'incarico a un apprendista, stemperando prima dell'uso con un liquido la polvere così ottenuta in modo da ricavarne una specie di impasto. In tutto il medioevo l'elemento liquido era perlopiù un uovo, perfettamente adatto allo scopo, ma che presentava lo svantaggio di seccare piuttosto in fretta. Questo tipo di pittura è detto a tempera. Usando l'olio invece dell'uovo, egli poteva lavorare più lenntamente e con maggiore precisione; poteva valersi di colori brillantida sovrapporre a strati trasparenti di velaturem e aggiungere gli effetti di maggior rilievo e splendore con un pannello appuntito, ottenendo così quei miracoli di esattezza che stupirono i contemporanei e fecero ben presto adottare da tutti la pittura a olio.




Jan van Eyck. I coniugi Arnolfini. 1434

L'arte di Van Eyck ottenne forse nei ritratti i risultati più brillanti. Uno dei suoi ritratti più famosi rappresenta un mercante italiano, Giovanni Arnolfini, recatosi nei Paesi Bassi per ragioni di commercio, con la sposa Giovanna Cenami. E' un'opera nuova e rivoluzionaria quanto quelle di Masaccio e di Donatello in Italia. Un angolo qualsiasi del mondo reale è stato colto istantaneamente su un pannello come per magia. Eccolo in tutti i suoi particolari: il tappeto, le pianelle, il rosario appeso alla parete, il piumino accanto al letto, e la frutta accanto alla finestra. La giovane ha appena messo la destra nella mano sinistra dell'Arnolfini, ed egli sta per mettere la sua destra in quella di lei, come pegno solenne della loro unione. Forse al pittore venne chiesto di perpetuare questo momento perché vi aveva assistito. Questo spiegherebbe perché il maestro abbia messo il proprio nome in un punto importante del quadro, con le parole latine Johanness de eyck fuit hic (Jan van Eyck era presente). Nello specchio in fondo alla camera vediamo tutta la scena riflessa a rovescio e lì pare si possa scorgere anche l'immagine del pittore e dei testimoni. Per la prima volta nella storia, l'artista diventa un perfetto testimone oculare nel senso più vero del termine. 


Konrad Witz. La pesca miracolosa. 1444

In questo tentativo di rendere la realtà come appare all'occhio, Van Evck, dovette rinunciare agli schemi piacevoli e alle fluenti curve del gotico internazionale. In ogni parte d'Europa, gli artisti di quella generazione, nella loro appassionata ricerca della verità sfidarono le più antiche concezioni estetiche e probabilmente scandalizzarono parecchie persone anziane. Uno dei più radicali innovatori fu un pittore svizzero di nome Konrad Witz (1400-1446). La figura è tratta dalla pala d'altare che egli dipinse per la città di Ginevra nel 1444. E' dedicata a San Pietro e rappresenta l'incontro del santo con Cristo dopo la Resurrezione, come viene raccontato nel Vangelo di san Giovanni, al capitolo 21. Alcuni apostoli e i loro seguaci erano andati a pescare al lago di Tiberiade, ma non avevano preso nulla. Allo spuntar del giorno Gesù si trovò sulla riva, ma essi non lo riconobbero. Disse loro di gettare la rete dal lato destro della barca e la rete si riempì talmente di pesce che non riuscivano più a tirarla su. In quel momento uno di loro disse: "E' il Signore", e a queste parole san Pietro "si cinse il camiciotto, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, dopo di che spartirono la colazione con Gesù. Witz voleva presentare nella sua verità ai ginevrini la scena del Cristo ritto sulle acque. E così non dipinse un lago qualsiasi, ma un lago che tutti conoscevano, il lago di Ginevra, con il massiccio del monte Salève alto nello sfondo. E' un paesaggio reale, che tutti potevano vedere, che esiste tutt'oggi ed è ancora molto simile al quadro. E' forse, il primo "ritratto" di una veduta vera che sia mai stato tentato. Su questo lago reale Witz dipinse i pescatori reali, non i contegnosi apostoli delle antiche pitture ma volgare gente del popolo, affaccendata attorno agli arnesei da pesca e goffamente indaffarata a tenere in bilico il barcone. San Pietro sembrava annaspare disperatamente nell'acqua, proprio come in realtà dev'essere avvenuto. Solo Cristo si erge tranquillo e fermo sulle onde. La sua figura solida richiama alla mente quella del grande affresco di Masaccio. 

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venerdì 2 giugno 2017

Antonio Pisano, detto Pisanello

ANTONIO PISANO, DETTO PISANELLO


Annuncizione. 1426 

Antonio Pisano, detto Pisanello (ante - 1390 - 1450/55) è l'altro grande protagonista del Gotico Internazionale in italia. 
Conduce una vita itinerante, ospite delle maggiori corti del momento: dimora, tra l'altro, presso i Gonzaga a Mantova (dove lascia un ciclo di affreschi di soggetto cavalleresco in Palazzo Ducale, in parte sopravvissuto) gli Este a Ferrara, i Visconti a Pavia, il papa a Roma, gli Aragonesi a Napoli. Pisanello incarna il modello insuperato del pittore di corte sa dare voce alla cultura delle corti, in particolare di quelle dell'Italia Settentrionale, sospese tra eleganze tardogotiche ed esaltanti interessi antiquari.
A fianco di una produzione di gusto gotico, caratterizzata da una capacità di analisi naturalistica mai vista prima, che tocca i propri vertici nella produzione graficaa, Pisanello si cimenta in generi di tradizione classica, quali il ritratto - in cui gli effigiati sono colti di profilo, sulla falsariga delle monete romane - e le medaglie di bronzo, che valgono gli elogi entusiastici degli umanisti. A Pisanello si deve tralaltro un cospiquo corpus di disegni tratti da sarcofagi antichi: l'artista vi attese durante il soggiorno romano, avvicinandosi all'antico con una mentalità  ancora di stampo medioevale, estremamente libera e sognatrice.



La formazione di Pisanello 


Madonna della Quaglia. 1420


Ritratto di Lucia d'Este. 1437

Pisanello giunse a Verona giovanissimo nel 1395, ed in Veneto avvenne la sua formazione artistica, condotta sulle opere di Stefano da Verona e di Gentile da Fabriano. 
La Madonna della quaglia e l'Annunciazione, Angeli ed un fitto pergolato, dipinti illusionisicamente nel 1426 attorno al Monumento Brenzoni , in San Fermo a Verona, scolpito da Nanni di Bartolo (1424 - 1426). Gli affreschi di San Fermo rivelano nella delicata definizione degli incarnati e nella preziosità tecnica l'attenzione di Pisanello per le opere di Gentile da Fabriano.  
Fu proprio Pisanello ad essere chiamato a sostituire Gentile, tra il 1415 e il 1422, nel completamento dei perduti affreschi di Palazzo Ducale a Venezia, come pure avvenne, alla morte del maestro fabrianese, per gli affreschi di San Giovanni in Laterano a Roma (1427-1433), anch'essi andati distrutti. 

Gli affreschi della Cappella Pellegrini a Verona


San Giorgio e la principessa.


Pisanello alternò soggiorni nelle principali corti italiane a ritorni nella città di Verona. Tra il 1433 e il 1438 vide la luce una delle sue imprese più famose, l'affresco raffigurante San Giorgio e la Principessa parte di un ciclo che decorava interamente la Cappella Pellegrini in Sant'Anastasia a Verona. 
L'affresco ornava originariamente l'rco d'ingresso della Cappella Pellegrini. 
Quest'opera si pone come una summa dell'arte del maestro: accanto alla delicatezza e alla morbida stesura dell'incarnato dei volti; ancora legata alla lezione gentiliana emergono particolari di acuto e talvolta spietato realismo, come le due figure di iimpiccati sul fondo. 
L'attenzione alla realtà, interesse anche la precisa rappresentazione di costumi e acconciature e non si ferma davanti al tentantivo di rendere la tensione psicologica di San Giorgio e della principessa, i cui volti, tesi e bloccati contribuiscono insieme alla visione della città deserta sullo sfondo della scena e illuminata da una luce livida, a creare un effetto di sospensione e di attesa per la lotta con il drago che sta per avere inizio. 

Le medaglie di Pisanello





Medaglia di Giovanni VIII Paleologo

La nascita della medaglia, va probabilmente collocata a Roma nella curia papale, presso la quale soggiornano a lungo Leon Battista Alberti, Filarete e lo stesso Pisanello, che ne fece uno dei generi più amati dalle coerti italiane.
La prima medaglia realizzata da Pisanello fu quella per l'imperatore d'Oriente Giovanni VIII Paleologo, in Italia nel 1438 per il Concilio di Ferrara. Essa è costituita da un recto con l'effige di profilo dell'imperatore circondata da una legenda in greco relativa al nome e al titolo del personaggio reffigurato, e da un verso in cui compaiono Giovanni il Paleologo a cavallo in preghiera, accompagnato da un cavaliere visto di spalle. 
Se il recto della medaglia richiama le effigi degli imperatori romani nelle monete antiche, il verso lascia a Pisanello le possibilità di creare dei veri e propri quadri in miniatura. 

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martedì 30 maggio 2017

Adorazione dei Magi. Gentile da Fabriano. Pala Strozzi

GENTILE DA FABRIANO, L'ADORAZIONE DEI MAGI, 1423






Adorazione dei Magi. Pala Strozzi. Gentile da Fabriano. 1423


L'Adorazione dei Magi, oggi agli Uffizi fu affidaata a Gentile da Fabriano da Palla di Nofri Strozzi, nel corso del sogggiorno fiorentino del pittore. Trovava posto nella cappella di famiglia di Santa Trinità a Firenze, adibita anche a funzione di sagrestia la cui costruzione fu terminata nel 1423: a sovrintendere ai lavori fu probabilmente chiamato Lorenzo Ghiberti. La cappella Strozzi, è costituita da due ambienti: al vano principale, che ospitava la grande tavola di Gentile, se ne affianca uno minore, dedicato da Palla alla memoria del padre, Nofri Strozzi; in onore del quale fu commissionata a Lorenzo Moanco la Deposizione dalla croce, terminata alla morte del maestro da Beato Angelico.
Palla Strozzi era nella Firemze di quegli anni un personaggio assai in vista, memebro di una delle famiglie più ricche e potenti della città, uomo colto e conoscitore dei classici. Stupisce la scelta di artisti come Gentile da Fabriano, Ghiberti e Lorenzo Monaco da parte di un uomo di punta delle avanguardie culturali della città: in realtà questo fatto deve farci riflettere su quanto fosse all'inizio lenta, nella stessa Firenze, l'affermazione delle novità rinascimentali. 
Decisamente inusitata è l'organizzazione della pala, che presenta nella cuspidi tre tondi circondate da figure di profeti (rappresentano l'Annunciazione ai lati e Cristo giudice al centro) nella predella le scene della Natività di Gesù, della Fuga in Egitto e della Presentazione al Tempio e nella tavola centrale la puntuale narrazione del lungo viaggio che porta i Magi alla stalla di Betlemme, distinta in episodi sfruttando le lunette superiori della cornice. Il modo in cui è organizzata la pala e la descrizione minuta della natura, da costumi esotici dei Magi e del loro seguito fiabesco costringono l'osservatore a soffermarsi su ogni particolare. 
Opera curata da Gentile in ogni minimo dettaglio (la cornice, decorata con splendidi brani floreali, negli interstizi delle colonnine laterali), l'Adorazione dei Magi si configura come un prodigio di naturalismo e di ricerca luministica: particolarmente esplicative in questo senso sono le tre scene dellaa vita di Cristo nella predella, ambientata in contesti urbani e naturali descritti con ammirevole precisione.  

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Gentile da Fabriano.

GENTILE DA FABRIANO


Madonna con il Bambino, i Santi Nicola e Caterina e un donatore. Gentile da Fabriano. 


Il protagonista del Gotico Internazionale

Gentile da Fabriano (1370 - 1427) si può annoverare tra i massimi maestri del Gotico Internazionale sia per le qualità della sua pittura che per le sue vicende biografiche, di un artista girovago in continuo movimento tra corti e città prestigiose, la cui fama supera ben ppresto i confini della penisola. 
La sua pittura appare caratterizzata da eleganza, estrema sensibilità per la luce ed il colore, grande virtuosismo tecnico. 

Le tappe della vicenda biografica di Gentile

Tra il 1405 e il 1414 si trova a Venezia (dal 1409 per realizzare la perduta decorazione pittorica di Palazzo Ducale) dal 1414 al 1419 esegue per Pandolfo Malatesta gli affreschi del Broletto di Brescia, dei quali sopravvivono solo alcuni lacerti; nel 1422 è a Firenze dove si trattiene fino al 1425; nel 1427 raggiunge Roma per affrescare un ciclo in San Giovanni in Laterano, terminnato da Pisanello. 

Ipotesi di una formazione lombarda di Gentile


E' assai probabile che la formazione di Gentile sia avvenuta in contatto con l'ambiente cosmopolita della corte viscontea. La Madonna col Bambino e i Santi Nicola e Caterina d'Alessandria, dipinta per una chiesa fabrianese, che mette in caampo numerosi riferimenti all'arte lombarda: alla miniatura di Giovannino dé Grassi fa pensare la veste della Vergine, tecnica 'puntinista' di Giovannino, ai Tacuina Sanitatis gli alberelli sullo sfondo; assonanze con le opere giovanili di Michelino da Besozzo. 

Il Polittico di Valle Romita


Incoronazione della Vergine e Santi. Polittico di Valle Romita. Gentile da Fabriano

Il Polittico di Valle Romita, realizzato nel primo decennio del Quattrocento e inviato, forse a Venezia, all'omonimo eremo francescano nei pressi di Fabriano.
Le figure si stagliano su un fondo oro finemente lavorato vestite di abiti e manti dei quali si riesce a percepire la consistenza materica. 
I quattro santi laterali poggiano leggeri su prati coperti di fiori. I loro volti sono dipinti a punta di pennello con un finissimo tratteggio incrociato. 

L'evoluzione di Gentile a Firenze




Polittico Quaratesi. Gentile da Fabriano

La fase successiva della sua arte è testimoniata dall'Adorazione dei Magi dipinta nel 1423 per la cappella Strozzi di Santa Trinità a Firenze, dove si percepisce una maggiore solidità della definizione delle figure ad un interesse più prinunciato per la resa dello spazio. 
Gli elementi del Polittico dipinto da Gentile nel 1425 per la famiglia fiorentina Quaratesi, trovano una ragione nell'approfondimento delle novità messe in opera contemporaneamente, dalle avanguardie rinascimentali fiorentine.  

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sabato 27 maggio 2017

Il Gotico Internazionale in Italia Centrale e Meridionale

IL GOTICO INTERNAZIONALE IN ITALIA CENTRALE E MERIDIONALE

L'ITALIA MERIDIONALE


Il trionfo della morte. 1458


Nella Sicilia di Ferdinando di Castiglia e di Alfonso di Aragona (1416-58), ottiene di poter unire all'Isola anche il Regno di Napoli, fioriscono nei primi decenni del Quattrocento gli scambi con la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi. 
Il Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani. Il grande affresco, oggi staccato e conservato nella Galleria Regionale della città siciliana, si trovava originariamente nel cortile di Palazzo Sclafani, trasformato nel 1446 in ospedale per volere di Alfonso V d'Aragona: a tale data, sia da rifare l'opera, che potrebbe essere commissionata dallo stesso sovrano aragonese. 
Vi è raffigurata la Morte su un cavallo scheletrico che fa irruzione in un giardino, schiacciando con violenza i rappresentanti dei diversi strati sociali e puntando veloce verso un gruppo di dame e di cavalieri eleganetmente abbigliati. 
La crudezza di certi particolari la linea tagliente e la semplificazione delle forme orientano le ricerche verso un artista siciliano di nascitai mpregnano la cultura franco-norgognona e attento agli sviluppi della cultura catalana. 

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Il Gotico Internazionale in Italia Centrale e Meridionale. Firenze

IL GOTICO INTERNAZIONALE IN ITALIA CENTRALE E MERIDIONALE

FIRENZE

Una interpretazione 'particolare' del Gotico Internazionale

La città di Firenze costituisce un caso a sé nel panorama del Gotico Internazionale, l'adesione agli stilemi del Gotico cortese si lega da subito con la forte tradizione classica dell'arte Toscana (Nanni di Banco, Ghiberti, Jacopo della Quercia). Ne deriva quindi uno stile spesso piuttosto severo, lontano dalle tensioni estreme del Gotico nord italiano. 

Lorenzo Monaco


Lorenzo Monaco. Incoronazione della Vergine e Santi. 1414


Lorenzo Monaco. Adorazione dei Magi. 1422

Gotico Internazionale in Toscana: Pietro di Giovanni (1370-1424) detto Lorenzo degli Angeli (e Lorenzo Monaco dai critici dell'Ottocento, in quanto monaco camaldolese nel convento fiorentino di Santa Maria degli Angeli). 
Partito da formule post-giottesche, si adegua progressivamente e con molta cautela alle novità proposte dalla plastica ghibertiana. Il ritorno in patria nei primi anni del Quattrocento, del pittore fiorentino Gherardo Starnina. 
Dai primi anni del XV secolo le figure dei dipinti di Lorenzo Monaco si allungano e divengono più aeree, ammantate come sono in lunghi panneggi lanceolati. 
L'Adorazione dei Magi degli Uffizi (1422). In questo dipinto, caratterizzato da una stupefacente gamma cromatica dall'effetto acidulo e da una luce irreale, Lorenzo Monaco rinuncia a qualunque descrizione realistica: gli animali sono infatti completamente inventati e sul fondo della scena trova posto un arido paesaggio stilizzato. 

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Il Gotico internazionale in Italia Centrale e Meridionale. L'Emilia Romagna e le Marche

IL GOTICO INTERNAZIONALE IN ITALIA CENTRALE E MERIDIONALE

L'EMILIA ROMAGNA E LE MARCHE 

Il cantiere di San Petronio



San Petronio. Bologna


A Bologna nel 1388, il Consiglio dei Seicento, allora al governo nella città, si apre il cantiere della Cattedrale di San Petronio, affidato all'architetto Antonio di Vincenzo: l'enorme edificio è impostato su tre navate coperte da volte cuspidate rette da dieci pilastri con capitelli fogliati. Lo slancio verticale della navata centrale dell'edificio viene equilibrato dall'ampio spazio destinato lateralmente alle cappelle. 

La pittura di Giovanni da Modena


Giovanni da Modena. Storie di Magi. Il ritorno dei Magi per mare. 


Nella decorazione pittorica della cattedrale bolognese, risulta impegnato il massimo esponente del Gotico Internazionale emiliano, Giovanni da Modena, documentato a Bologna dal 1409 al 1456.
Intorno al 1410 il maestro vi realizza la decorazione ad affresco della cappella del mercante di sete Bartolomeo Bolognini. 
Sulle pareti sono raffigurati, il Giudizio Universale, Scene di vita di San Petronio il Viaggio dei Magi, nei quali Giovanni da Modena mette in campo una straordinaria carica espressiva, ed un'attenzione verso suggestioni popolari. 

I fratelli Salimbeni


Lorenzo Salimbeni, Sposalizio mistico di Santa Caterina 1400.


Lorenzo e Jacopo Salimbeni. Battesimo di Cristo, 1416

Lorenzo Salimbeni (noto dal 1400 al 1420), che nel 1400 firma il graziosissimo Trittico con al centro il Matrimonio mistico di Santa Caterina eseguito per San Severino Marche, che la signoria degli Smeducci avevea portato, tra Tre e Quattrocento, ad un momento di notevole prosperità. 
La figura tagliente ed aristocratica della Santa Caterina, l'arrovellarasi dei panneggi della Vergine, la straordinaria delicatezza degli incarnati delle figure tradiscono, un notevole aggiornamento sulla miniatura lombarda e francese. 
Il Trittico di San Severino nel 1416, Lorenzo, in compagnia del fratello Jacopo, affresca l'ratorio di San Giovanni ad Urbino con la Crocifissione e le storie del Battista, i fatti della vita del santo sono affiancati da questi episodi di vita quotidiana che conferiscono un tono spensierato alla narrazione.

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venerdì 29 luglio 2016

Il gotico internazionele in Italia Settentrionale. Il Veneto

IL VENETO

I due centri maggiormente interessati agli sviluppi del Gotico Internazionale, Verona e Venezia.

L'orientamento lombardo di Verona


Adorazione dei Magi. Stefano da Verona. 1435

Verona, presenta a inizio Quattrocento un orientamento marcatamente lombardo, testimoniato dall'attività di Stefano da Verona (circa 1379 - dopo il 1438), figlio di Jean d'Arbois (morto nel 1399), pittore di Filippo di Borgogna e attivo a lungo a Pavia per Gian Galeazzo Visconti.
Stefano, predilige l'uso di una linea morbida, di colori teneri e di una materia pitorica fusa, come si può evincere dall'osservazione dell'Adorazione dei Magi della Pinacoteca di Brera di Milano, firmata e datata 1435.

Venezia: il ruolo degli apporti esterni


Storie di Santa Lucia, L'elemosina dei poveri. Jacobello del Fiore. 1410-1420

A Venezia, in parallelo con i nuovi interessi per la conquista della Terraferma si impone un lento ma progressivo svecchiamento della tradizione di marca bizantina, che viene a coinvolgere pittura, scultura e architettura. La presenza di artisti "forestieri" di primissimo piano, come Gentile da Fabriano e Pisanello, attivi entrambi nella decorazione della Sala del Maggior Consiglio a palazzo Ducale.
L'arte del maestro marchigiano imprime una svolta al rinnovamento della pittura veneziana, la produzione matura di Jacobello del Fiore (notizie dal 1394 al 1439), l'attività di Michele Giambono (notizie dal 1420 al 1462) e gli esordi di Jacopo Bellini.

Il cantiere di Palazzo Ducale e l'architettura a Venezia.


Porta della Carta. Giovanni e Bartolomeo Buon. 1438-1442


Ca' d'Oro. 1421-1440

Della scultura e dell'architettura la spinta al rinnovamento è data dai cantieri per il coronamento della Basilica di San Marco e per la conclusione dell'esterno di Palazzo Ducale (dal 1422): vengono uniti con il prolungamento del lato di Palazzo Ducale prospiciente piazzetta San Marco. Sulla basilica veneziana si innalzano guglie e pinnacoli, edicolette e riccioli fitoformi, mentre Palazzo Ducale viene decorato con un prezioso paramento marmoreo soprastante un a profonda loggia in marmo bianco.
La Porta della Carta, eretta tra il 1438 e il 1442 per opera dei veneziani Giovanni (1360 circa - 1442) e Bartolomeo (1464) Buon, inquadrata da due alti pinnacoli gotici e arricchita da statue, rilievi e ornamenti a traforo.
La Cà d'Oro, realizzataa tra il 1421 e il 1440 da maestranze lombarde (come buona parte degli edifici veneziani). La facciata prospiciente Canal Grande è alleggerita da tre logge sovrapposte ed è finemente decorata da intagli, con un intelligente rutilizzo delle cornici marmoree del preesistente edificio.

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martedì 26 luglio 2016

Il Gotico Internazionale in Italia settentrionale. L'area alpina

IL GOTICO INTRNAZIONALE IN ITALIA SETTENTRIONALE

L'AREA ALPINA

Un crocevia culturale

Le Alpi, furono nel corso di tutto il Medioevo un vero e proprio crocevia culturale, un luogo di scambi proficui. Dai primi anni del Quattrocento le zone alpine furono ampiamente interessate dall'ondata del Gotico Internazionale.
Tre furono i maggiori centri del Gotico alpino: le corti dei duchi di Savoia a Chambéry, Thonon e Ripaille, dei marchesin di Saluzzo in Piemonte e dei duchi di Tirolo.

Il Piemonte: nel segno di Giacomo Jaqueiro





I Prodi e le Eroine. Maestro della Manta 1410-1420


La Savoia al tempo di Amedeo VIII (1416 - 1451), visse una stagione artistica splendida: il duca intensificò di molto in rapporti diplomatici co il Berry e la Borgogna (grazie al matrimonio di Bianca, figlia del duca di Borgogna), favorendo gli scambi culturalin con la Francia e riunendo una grande biblioteca di codici franco-borgognoni e fiamminghi.


Giacomo Jaquerio. Salita al Calvario 1415-1420

Le aperture culturali del ducato di Savoia - dove operò tra l'altro  il pittore e miniatore svizzero Jean Bapteur, autore con Péronet Lamy, della prima parte del codice dell'Apocalisse (realizzata tra il 1429 e il 1434) ora all'Escorial  - furono di grande stimolo per l'attività dl torinese  Giacomo Jacqueiro (notizie dal 1401 al 1451), pittore al servizio degli Acaia (un ramo cadetto ei Savoia) e di Amedeo VIII. Jaqueirob operò tra Torino, Ginevra e Thonon, sviluppando un linguaggio personalissimo, caratterizzato da una limpida gamma cromatica, da una linea fortemente espressiva e dalla compresenza di delicatezza ed eleganza con spunti di realismo plebeo. La Salita al Calvari, affrescata nella Chiesa di sant'Antonio a Ronverso (TO), databile entro il secondo decennio del Quattrocento.
Maestro della Manta, autore nell'omonimo Castello, dimora dei marchesi di Saluzzo, di un ciclo di affreschi raffiguranti i Nove Prodi e le Nove Eroine, descritti secondo un gusto squisitamente cortese, abbigliati alla moda dell'epoca e dipinti con larghe campiture di colore smaltato.

Il Trentino


Il mese di Aprile. Maestro Venceslao fine XIV secolo


Il mese di Ottobre. Maestro Vendeslao fine VIV secolo


A Trento, la vicinanza con i territori del ducato di Tirolo favorì la penetrazione di opere e di artisti tedeschi e dell'Europa dellìEst: al pittore Boemo Venceslao si deve, la decorazione di una sala della Torre dell'Aquila nel castello di Trento, su commissione di Giorgio di Liechtenstein, un tempo preposito del Duomo si Vienna, dal 1390 principe vescovo della città italiana.
Sulle pareti della torre sono raffigurati i Mesi, intervallati da esili colonnine che inquadrano le scene: le attività agricole e i divertimenti dei signori sono descritti con minuzia e con un linguaggio fresco e pacato.

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lunedì 25 luglio 2016

L'affermazione del Gotico Internazionale. Boemia e Spagna

BOEMIA


Madonna di Jindrichuv Hradec.


Negli anni del regno burrascoso di Venceslao (1373-1419), (l'uccisione di San Giovanni Nepomucemo, vicario dell'arcivescovo di Praga), in Boemia trova ampia affermazione, nella scultura, pittura e miniatura, il Weicher Stil (stile molle), una versione ulteriormente addolcita del Gotico Internazionale, caratterizzata da eleganza estenuata e sensibilità languida, che viene a sviluppare le premesse poste a metà Trecento da Maestro Teodorico da Praga (attivo tra il 1357 e il 1368).
La Madonna di Jindrichuv Hradec: definita da una linea vibrante e guizzante, che raggiunge esiti di virtuosismo nel panneggio della Vergine, le figure sono morbidamente modellate mediante l'uso di ombre leggere e delicate.


Dormitio Virgins. Gherardo Starnina


SPAGNA


San Martino. Gonzalo Perez


Particolarmente interessate da rapporti con l'Italia furono alcune aree delle Penisla iberica, quali la Catalogna, e la zona di Venezia, ove operò tra gli altri Gonzalo Perez (Valencia, 1380-1451), autore del retablo dei Santi Martino, Orsola e Antonio, oggi al museo provinciale di Valencia, caratterizzato dall'uso di preziose velature e trasparenze.

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