mercoledì 6 marzo 2019

Firenze: la svolta rinascimentale. Donatello

DONATELLO

Studio dell'antico e sensibilità moderna




Tabernacolo dell'Annunciazione. 1435. Donatello. Firenze



Donatello. Creazione di Eva. 1405-1407






Amico di Brunelleschi e di Masaccio, Donato di Niccolò di Betto Bardi detto Donatello (1386-1466), partecipa da grande protagonista alla civiltà del Rinascimento condividendone profondamente gli ideali e le innovazioni tecniche, a sperimentare in un opera la prospettiva (centrale). 
La sua lunga attvità presenta contiinui scarti, in cui lo scultore passa da sentire aspirazioni di sereno classicismo ad espressioni di violenta drammaticità. 
Fa della scultura il mezzo per riflettere sule grandi verità umane: le materie più varie dal marmo al legno, alla terracotta, allo stucco policromo, al bronzo, vengono piegate ai fini espressivi dello scultore. 
Può essere esemplificativa la Creazione di Eva oggi al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, probabilmente, in origine, parte di un altare. 
Si tratta di una terracotta vetrinata, coperta da un leggero strato di vivere ceramica: una tecnica rara, anticipatrice di quella utilzzata anni dopo da Luca della Robbia, tramite la quale Donatello riesce ad ottenere una resa morbida e cedevole delle carni, che carica di tenerezza e di umanità l'interpretazione di questo episodio biblico. 

Un confronto significativo: i crocifissi di Brunelleschi e Donatello





Filippo Brunelleschi. Crocifisso. 1410-1415. Firenze. Santa Maria Novella




Donatello. Crocifisso. 1406-1408. Santa Croce





I due Crocifissi scolpiti da Donatello per Santa Maria Novella a Firenze. 
Le due croci furono scolpite a distanza di qualche anno l'una dall'altra. Perfettamente inscrivibile in un quadrato, il Cristo di Brunelleschi è un'immagine di assoluta naturalezza, dalla grande precisione anatomica. Delicato ed elegante, proporzionato ed armonioso, esso traduce in immagine la divinità: quello che Brnelleschi vuole rappresentare è "Cristo crocifisso visto come un uomo morto per un ideale alto e sacro. Si tratta, probabilmente, della prima opera rinascimentale della storia dell'arte". 
Il cristo di Donatello è volutamente sgraziato e disarmonico nelle forme, colto nel momento dell'agonia, con il volto teso e contratto: lo scultore mette in evidenza la cerità umana di Cristo, puntando su una raffigurazione di intenso patetismo. 

L'attività giovanile, nei cantieri di Santa Maria del Fiore e Orsanmichele




Nanni di Banco. Sant quattro coronati. 1411-1414. Firenze. Orsanmichele




Donatello. David. 1408





Donatello. San Marco. 1411-13. Orsanmichele




Donatello. San Giorgio. 1417



San Giorgio uccide il drago. 1417






Donatello. Il profeta Abacuc. 1423-1425








Donatello. Banchetto di Erode. 1425-1427. Siena Battistero





















Fondamentali nella formazione di Donatello si rivelano l'amicizia con Brunelleschi, con il quale compie giovanissimo, tra il 1402 e il 1404, un viaggio a Roma a studiare le vestigia dell'antico, e l'attività svolta nei cantieri di Santa Maria de Fiore e di Ordanmichele, dove Donatello entra in contatto con la materia tecnica del Ghiberti e dove condivide, con il coetaneo Nanni di Banco (ante 1390-1421), la volontà di un rinnovamento della plastica fiorentina. 
Nanni di Banco reagisce precocemente alle leziosità tardogotiche rialalcciandosi alla lezione dell'antico. Quattro Santi Coronati, scoliti per la corporazione dei maestri di legname in una delle nicchie della Chiesa di Orsanmichele: figure severamente atteggiate esemplate sulla statuaria classica (i volti riprendono i ritratti degli imperatori romani)che avrannoo grande peso nelle scelte stilistiche di Masaccio. 
L'evoluzione di Donatello giovane emerge dal David commissionato all'artista del 1408 per uno dei contrafforti del Duomo fiorentino, venendo acquistata nel 1416 dalla Signoria, per esporla nell'omonimo palazzo fiorentino e il San Marco affidatogli nel 1411 dall'Arte dei Linaioli per una elle nicchie di Orsanmichele. Se il David è l'esito di una personale rilettura del Gotico Internazionale, il San Marco di Orsanmichele, esemplato sul modello delle statue romane dei senatori, rivela l'approdo di Donatello ad una concezione ormai pienamente rinascimentale. 
Il San Giorgio che Donatello consegna nel 1417 all'Arte dei Corazzai e Spadai per una delle nicchie di Orsanmichele. 
La statua di Donatello, ben piantata sulle gambe, è solo apparentemente bloccata in una posa statica; la percorrono un'energia trattenuta a fatica e una tensione psicologica concentrata nel volto intenso del Santo guerriero: San Giorgio, protetto dall'armaturra e scudo in bella vista, è colto nell'attimo in ci si prepara ad affrontare il drago. 
Il combattimento vero e proprio avviene nel rilievo che orna la base della statua. Donatello lo realizza riprendendo la tecnica antica dello stiacciato, del rilievo bassissimo, che permette di applicare alla scultura i mezzi pittorici. Costruisce la scena secondo le regole della prospettiva centrale, scorciando l'edificio sulla destra e la grotta sulla sinistra e puntando con l'attenzione sul concitato combattimento di San Giorgio con il drago, che rimanda a modelli antichi probabilmente visti sui saarcofaghi romani; la figura della principessa ricorda il tipo classico della danzatrice. Donatello concepisce l'antiico, come uno stimolo a rappresentare la natura umana. 
Il profeta Abacuc, scolpito per il campanile di Giotto e quasi subito soprannominato lo Zuccone, questa scultura dal volto ascetico e terribile, coperta da un panneggio peesante e fisicamente percepibile, è una prova amgistrale di verità naturale. 
Negli stessi anni dell'Abacuc, Donatello realizza per il fonte batttesimale  del Battistero di Siena il rilievo in bronzo dorato raffigurante il Banchetto di Erode. 
Lo scultore, rinuncia a realizzare l'episodio con la sola tecnica dello stiacciato, mentre le figure in primo piano presentano un forte oggetto. 
Il banchetto si svolge nel palazzo di Erode, definito da un doppio ordine di arcate in prospettiva: esse ci permettono di penetrare nelle sale dell'antico edificio del tiranno, dove si vede sfilare la testa del Battista su un piatto e dove alcuni musici accompagnano la danza di Salomé. Il primo piano è concentrato sulla scena della consegna della testa del Battista ad Erode, fatto che provoca il concitato movimento degli astantisconvolti dall'orrore. 

Donatello nella Firenze medicea






Donatello. Cantoria 1433-1438






Donatello. David-Mercurio. 1443












Nel 1433 viene affidata a Donatello dall'opera di Santa Maria del Fiore la realizzazione di una cantoria da collocare sopra la parte della Scoperta dei Canonici nel Duomo fiorentino (terminata nel 1438). 
Donatello divide la superficie della cantoria orizzontalmente in due parti identiche, quella inferiore con cimque mensole fortemente aggettanti e quella superiore con un fregio continuo di angioletti danzanti su un letto di foglie e fiori ispirato a sarcofaghi antichi, I putti sono raffigurati nel mezzo di una corsa sfrenata o di un tripudio (il soggetto tratto da uno dei Salmi biblici, nei quali si invita a lodare il Signore con canti e danze), entro uno spazio che si finge essere quello di un portico: le colonne binate che scandiscno la cantoria, sono staccate dal fondo. 
Sulle colonne, sul fondo del fregio e nei riquadri tra le mensole Donatello fa ampio uso del mosaico, riallacciandosi alla tradizione cosmatesca. 
Spunti tratti liberamente da monumenti paleocristiani e rromanici concorrono, a creare un'opera di staordinaria e materica capace di piegare la freddezza del marmo ad effetti intensamente pittorici. 
David-Mercurio bronzeo realizzato da Donatello per il cortile di Palazzo Medici intorno al 1443. Ambiguo rimane il significato della scultura, identificabile in Davide con la testa di Golia oppure nel dio Mercurio, protettore dei commerci, con la testa di Argo ai suoi piedi. Donatello non rinuncia a caratterizzare con un acuto senso realistico le fattezze del giovane. 

Il soggiorno padovano (1443-1453)







Donatello. Monumento equestre a Erasmo da Narni. Il Gattamelata (1443-1453). Padova





Donatello. Madonna col bambino fra i Santi Antonio e Francesco. 1446-1450. Basilica di Sant'Antonio. Padova




Donatello. Miracolo dell'asina di Rimini. 1446-1448. Basilica di Sant'Antonio. Padova




Donatello. Deposizione di Cristo 1446-1448. Basilica di Sant'Antonio. Padova 






Nel 1443 Donatello si trasferisce a Padova e vi rimane per un decennio: l'ooccasionee del tresferimento gli viene offerta dalla Statua equestre di Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, condottiero della Repubblica Veneta morto in quello stesso anno. 
Il monumento de ìl Gattamelata (1443-53) si trova di fronte alla Basilica di San'Antonio, alto su un basamento di marmo, che non fu mai destinato a contenere le spoglie del condottiero. Si tratta di un cenotafio, un monumento alla fama del defunto. Donatello si rifà ai gruppi equestri del Marco Aurelio, del Regisole di Pavia, dei cavalli di San Marco a Venezia. 
E' il primo compiuto monumento rinscimentale, concentrato sulla virtus dell'uomo di azione, capace di cambiare la storia: ritto sul proprio cavallo, guidato al passo (una delle zampe anteriori poggia, per motivi statici, su una palla da cannone), e vestito della sua ricchissima armatura, Erasmo da Narni fissa volitivo lo sguardo dritto davanti a sé, come un imperatore romano. 
Donatello viene incaricato dedll'esecuzione del nuovo Altare maggiore della Basilica di Sant'Antonio (1446-1450), resa possibile da un'ingente quantità di denaro lasciata nel 1446 alla venerata arca di San'Antonio. 
L'altare del Santo è il frutto di una ricomposizione ottocentesca del 1895, su disegno di Camillo Boito. 
E' possibile avere un'idea del suo assetto originario, pensando alla struttura e alla composizione della Pala di San Zeno di Andrea Mantegna: come una sacra conversazione, le statue della Madonna e dei Santi erano collocate sotto un baldacchino non troppo profondo; sul basamento di questo, trovavano posto, i rilievi con i Miracoli di San'Antonio, la Deposizione e la libertà di Cristo, i simboli degli Evangelisti e le formelle con angeli cantori e musicanti. 
Nell'Altare del Santo, lo scultore fiorentino tocca tutte le corde della sua arte. Fulcro dell'intera composizione è la statua della Vergine, colta nel momento in cui mostra il Bambino ai fedeli, alzandosi dal suo trono fiancheggiato da due sfingi (allegorie della sapienza) e decorato sullo schienale con un rlievo rassicurante Adamo ed Eva  (la Madonna è considerata la seconda Eva, che libera gli uomini dal peccato commesso dalla prima).
Alla ritualità e all'immobilismo dell'immagine della Madonna fanno da controcanto  le Statue dei Santi, e le scene dei miracoli dì Sant'Antonio, in cui è profusa una straordinaria enfasi drammatica. 
I Miracoli del Santo sono vissuti da una folla vociante e sconvolta, che Donatello descrive persona per persona, senza mai cadere in facili schematismi.  Il modellato franto e le linee profondamente incise nel rilievo bassissimo contribuiscono a creare un'atmosfera irreale, assecondata da continui lampi di luce. 
L'apice assoluto del pathos drammatico è però toccato nella Depposizione di Cristo, realizzata in pietra di Nanto scolpita e intarsiata con pietre dure: schiacciate in primo piano da una voluta assenza di sapzio, le figure dei dolenti esprimono una sofferenza straziante, che ne altera i tratti del volto, riducendoli a maschere. 
L'inquietudine che attraversa i rilievi dell'Altare del Santo è uno dei primi segni della crisi delle certezze rinascimentali. 

L'ultima attività fiorentina





Donatello. La Maddalena. 1455





Donatello. Pulpito della Chiesa di San Lorenzo. Padova 











Al ritorno dal lungo soggiorno padovano, Donatello si trova isolato nella propria città. 
Le sue opere tarde stridono fortemente. In esse Donatello inasprisce ulteriormonete l'espressionismo dei rilievi padovani: esemplari in qursto senso possono risultare la statua lignea della Maddalena (1455), macerata da digiuni e penitenze, e i rilievi realizzati, per gli amboni della Chiesa di Lorenzo (su cmmissione di Cosimo dé Medici), caratterzzati da un'atroce drammaticità e da una sorta di "violenza" compositiva. 


domenica 3 marzo 2019

Filippo Brunelleschi. Filippo Brunelleschi, la cupola di Santa Maria del Fiore

FILIPPO BRUNELLESCHI



Santa Maria del Fiore. Firenze


Cupola di Santa Maria del Fiore. Firenze. Filipp Brunelleschi


Lanterna della cupola di Santa Maria del Fiore. Filippo Brunelleschi


Tribuna della cupola di Santa Maria del Fiore. Filippo Brunelleschi



Filippo Brunelleschi, la cupola di Santa Maria del Fiore

La Cupola di Santa Maria del Fiore, grande congegno tecnico e cuore della valle dell'Arno e della città di Firenze. 

Problemi da risolvere nel cantiere della Cattedrale 

Il canti ere del Duomo, del quale nel 1367 era stata conclusa la grande tribuna absidale e nel 1410 era stato terminato il tamburo, si era arrestato davanti al problema dell'innalzamento della grande cupola. 
Nel 1307 si erano decise altezza, larghezza (quasi 42 metri di diametro) e sesto (curvatura) della cupola, ma nel corso degli anni traagliati seguiti alla peste del 1348 le noozioni fondamentali per voltarla si erano perdute. 
Il problema maggiore era costituito dal costo dei ponteggi, che secondo i sistemi trdizionali sarebbero divuti partire da terra, e delle centine per sorreggere la cupola in costruzione. 
Erano necessarie diverse macchine per ovviare ai problemi che via via si sarebbero presentati. 

Il concorso del 1418:
le soluzioni di Brunelleschi

Per trattare la complessa figura di architetto-ingengere che guidasse il cantiere di Santa Maria del Fiore, l'Opera del Duomo e l'Arte della Lana bandirono nel 1418 un concorso pubblico: Brunelleschi, lo vinse e gli venne affiancato il Ghiberti, il quale uscì però presto di scena. 
L'architetto fiorentino ideò un geniale siistema di costruzione che portò, (1420-1436), ad innalzare sul tamburo ottagonale la grande Cupola di Santa Maria del Fiore, a sesto acuto e realizzata in mattone, con otto costoloni terminati in una lanterna. Brunelleschi progetto infatti uuna cupola autoportante a doppia calotta, cioè una struttura da erigersi senza centine (armature in legno) e costituita da due calotte parallele, quela esterna con lo scopo di proteggere la costruzione dall'uido  e di rendere "più magnifica e gonfiata" la cupola. 
Tra le due calotte corrono diversi camminamenti, che rendono interamente percorribile la cupola. Per lo scarico di pesi e spinte, oltra ai costoloni e a diversi elementi verticali e orizzontali, l'architetto ricorse all'utilizzo di mattoni disposti a 'spina-pesce'. Il problema dei ponteggi per gli operai fu risolto in modo acutissimo: all'inizio della costruzione, si usarono ponteggi infilati nel muro (sia all'esterno che all'interno); alle quote più alte con la forte  inclinazione della muratura, fu crato un ponteggio sospeso nel vuoto, appoggiato, tramite travi, a piattaforme fissate a quote inferiori utilizzate come deposito dei materiali. 
Brunelleschi seguì nei minimi particolari la costruzione: controllò di eprsona mattoni e pietre; fornì modelli agli scalpellini; ideò complesse macchine, carrucole e montacarichi; progettò le imbarcazioni pe trasportare lungo l'Arno marmi e mattoni, 

Il concorso per la lanterna della cupola

Nel 1432 Brunelleschi si sottopose ad un altro conocrso per la realizzazione della lanterna. Lo vinse ancora una volta (1436) grazie ada alcune sottigliezze tecniche. Armoniosa creazione rinascimentale, la lanterna brunelleschiana si connota come elemento formale e statico: unisce infatti i costoloni della cupola, regge alle più violente raffiche di vento, lascia penetrare il sole, attraverso le sue lunghe finestre verticali, anche quando questo è alto in cielo. 

Le 'tribune morte': ultimo progetto di Brunelleschi per la cupola

Brunelleschi continuò a lavorare nel cantiere, e progettando nel 1439 le 'tribune morte', edicole semicircolari ideate per puntellare i lati dell'ottagono della cupola non rinforzati dalle volte delle tre absidi e della navata. Le 'tribune morte', sono scavate da profonde nicchie termnanti in conchiglie e scandite da doppie mezze colonne corinzie. 
Strutture create a scopo sstatico, sono anche elementi di evidente derivazione classica, che mediano tra la base gotica della chiesa e il suo ballatoio rinascimentale.

venerdì 1 marzo 2019

Filippo Brunelleschi. Il "Padre" del Rinascimento italiano. Lo Spedale degli Innocenti. La Chiesa di San Lorenzo e la Sagrestia Vecchia. La Cappella Pazzi: 'variazione sul tema' della Sagrestia Vecchia. Le meditazioni mature di Brunelleschi.

FILIPPO BRUNELLESCHI



Andrea Cavalcanti detto il Buggiano, Busto di Filippo Bruneleschi. Firenze, Santa Maria del Fiore

Il "padre" del Rinascimento italiano

Filippo Brunelleschi (1377+1446) è l'iniziatore del Rinascimento italiano. A lui, si deve la scoperta delle regole geometriche che sono alla base della prospettiva centrale. 
Artista proteiforme, pittore e scultore, ma soprattutto architetto e ingegnere, Brunelleschi sostanzia la propria opera di profonde riflessioni sull'antico, condotte nel corso di alcuni soggiorni romani. 
Il primo di questi viaggi di studio segue di poco il concorso del 1401 per la seconda porta del Battistero e le sue opere di esordio nelle vesti di scultore e di orafo. 
Dall'osservazione delle architetture romane Brunelleschi desume alcune norme che guideranno tutta la sua attività svoltasi a Firenze nel corso di un trentennio: alla base della progettazione degli edifici si trovano ragioni metriche, di armonia musicale. Metro dell'architettura, come negli edifici antichi è il modulo, un sistema di regole che stabilisce rapporti proporzionali tra le pareti di una costruzione. La bellezza delel costruzioni deve derivare dall'armonia delle proporzioni, dalle strutture architettoniche desunte dall'antico (capitelli, colonne, paraste, timpani ecc.), dalla semplicità. 

Lo Spedale degli Innocenti



Filippo Brunelleschi. Spedale degli innocenti. 1419-1444. Firenze



Lo Spedale degli Innocenti, un orfanotrofio commissionatogli dall'Arte della Seta ed iniziato nel 1419, ad un anno della vittoria del concorso per la Cupola di Santa Maria del Fiore. Dal porticato rettilineo si accede ad un cortile quadrato, al quale sono affiancati i due ampi ambienti rettangolari della chiesa e della sala con i letti dei fanciulli; al piano seminterrato trova posto la scuola e le officine per l'educazione degli stessi. 
Il porticato esterno, costruito secondo un chiaro sistema metrico eeuritmico (l'intercolumnio è pari all'altezza delle colonne e alla profondità del porticato), che la bicromia della pietra serena grigia e delle partiture murarie in intonaco più chiaro contribuisce a sottolineare.  Il porticato, funge da tramite tra orfanotrofio e città, riqualificando l'area dell'Ospedale come un foro classico e predeterminando anni dopo la Piazza della Santa Annunziata, delimitata su tre lati da porticati, forse l'esempio più compiuto di piazza rinascimentale. 

La Chiesa di San Lorenzo e la Sagrestia Vecchia




Filippo Brunelleschi. Chiesa di San Lorenzo. 1419 Firenze

Filippo Bruneleschi. Sagrestia Vecchia di San Lorenzo. 1419/21-1428. Firenze 




Il sistema modulare viene approfondito da Brunelleschi nella Sagrestia Vecchia di San Lorenzo (1422-1428), sacello gentilizio dei Medici parte della generale ristrutturazione del complesso di San Lorenzo, della quale Brunelleschi viene incaricato nel 1419. 
Se per la chiesa l'architetto si trova imbrigliato e costruito a risistemare ed armonizzare quanto già esistente, per la Sagrestia Vecchiala situazione è diversa l'edificio viene costruito ex novo, secondo un progetto che riscuoterà grande fortuna anche al di fuori della Toscana (soprttutto in Lombardia e in Veneto). 
Brunelleschi accosta due vani cubici di diverse dimensioni: la sagrestia vera e propria coperta da una cupola ombrelliforme a dodici spicchi (sul tamburo di imposta della stessa sono aperte dodici finestre tonde), che poggia su quattro pennacchi a triangolo sferico, e la piccola scarsella sull'altare, nella quale l'architetto ripete le forme della sagrestia, dilatando però lo spazio angusto con due nicchie laterali. 
Le pareti della sagrestia e della scarsella sono scandite da paraste corinzie, archi e profili di finestre in pietra serena, che sottolineano le forme geometriche sulle quali è giocato l'intero progetto del cerchio e del quadrato. 
Anche le decorazioni in stucco policromo, realizzate da Donatello (circa 1435-1443), sono inscritte entro queste forme geometriche. L'effetto dell'insieme, è quello di un sacello carolingio. L'esterno dell'edificio, costituito da un parallelepipedo in miniatura, soromontato da un tamburo e concluso da un tetto conico a squame e da una lanterna. 

La Cappella Pazzi: 'variazione dul tema' della Sagrestia Vecchia


Cappella dè Pazzi. 1429-1461. Filippo Brunelleschi



Una variazione della Sagrestia Vecchia nella Cappella Pazzi, costruita a partire dal 1430 nel chiostro delal Chiesa di Santa Croce, su commissionee dell'omonima famiglia fiorentina: ad un vano cubico centeale coperto da cupola ombrelliforme si afiancano due brevi ali voltate a botte, con un'espansione della pianta in senso cruciforme. 

Le meditazioni mature di Brunelleschi


Filippo Brunelleschi. Chiesa di Santo Spirito. 1440. Firenze 


L'ampliamennto della Chiesa di santo Spirito (1428), edificata per la maggiore parte dopo la moerte dell'architetto, e per la costruzione della Rotornda di Santa Maria degli Angeli (1434-36), la cui realizzazione sarà interrotta assai presto. 
Santo Spirito, presenta una ricca articolazione dello spazio, dilatato e di ampio respiro, che ripropone la monumentalità degli edifici classici: quaranta nicchie si snodano senza discontinuità lungo le pareti delle navate laterali e del transetto; le colonne inquadrano le piccole ed eritmiche campate dellenavate laterali, formando una processione continua; all'altezza del capocroce, dove si incontrano navate e transetto, si percepisce uno spazio fortemente accentrato, esaltato dal convergere della luce, che lasia invece in una delicata penombraa le navate laterali. 
L'esterno, ritmato dagli estradossi delle nicchie-cappelle, rifelttendo così il movimento dall'interno. 
Il progetto per Santa Maria degli Angeli nasce sulla scorta dello studio degli antichi edifici a painta centrale: intorno ad un vano ottagonale si aprono otto cappelle comunicanti tra loro, che portano a sedici il numero dei laati dell'esterno. 
Simbologie numeriche e formali: l'otto è numero mariano, mentre la forma della chiesa ricorda quella di una corona, in riferimento all'incoronazione della Vergine. 
La Rotonda, un progetto d'avanguardia, come il primo esempio di riflessione sula forma ideale del temppio a pianta centrale, metafora del divino, con il quale in tant si cimenteranno in seguito. 


lunedì 18 febbraio 2019

L'arte egizia. La scultura

L'Arte egizia

La scultura


La Triade di Micerino. 2500-2482 a.C.


Statua di Ramesse II. 1270 


Particolare delle statue colossali del tempio di Abu Simbel


La regina Nefertiti 1370 circa





Importanti esempi di scultura egizia sono le statue a tutto tondo o in bassorilievi celebrativi.
La statua rappresenta il defunto, di cui era inciso il nome. Fino alla fine del Medio Regno (metà del II millennio a.C.), gli scultori egiziani prediligevano evidenziarne, la casta di appartenenza mediante la rappresentazione convenzionale del corpo e dei suoi atteggiamenti (le braccia tese verso il basso e i pugni chiusi). L'impostazione frontale della figura in piedi o seduta, ne sottolienava la dignità morale. 
La Triade di Micerino. Le figure sono concepite geometricamente, come forme chiuse, e appaiono determinate da ampie masse squadrate, 
Le braccia del faraone sono parallele all'avanzamento della gamba sinistra, accentua la stabilità e l'equilibrio. 
Lo scultore ha sbozzato il marmo per grossi blocchi e ne ha levigato la superficie, eliminando i paritolari secondari. La luce può così scorrere morbidamente, senza fermarsi su rilievi troppo accentuati. Le zone d'ombra mettono in rsalto soltanto i volumi principali delle figure, che appaiono imponenti e composte. L'opera deve comunicare la sacralità del persoonaggio, la cui immagine deve apparire solida e sicura come il potere che rappresenta. 
Con il Nuovo Regno, la cultura riduce i caratteri celebrativi. Nella statua che riproduce il Faraone Ramesse II seduto in trono, viene inrodotto un principio di articoolazione della massa, suggerita dall'apertura del braccio. La testa del faraone è leggermente piegata verso il basso, e ciò sembra infondere una nuova umanità alla figura reale. 
La plissettatura della veste ed il copricapo, creano dei sottili giochi chiaroscurali e ritmici. Eppure, la cultura di potere dell'Età ramesside (1550-1075), con il consolidarsi dell'influenza egizia di glorificazione del potere del faraone, aveva imposto un deciso ritorno alla tradizione, esplicitato ad esempio nell'importanza delle forme scultoree. Nelle statue colossali del complesso di Abu Simbel, coadiuvate nella funziione encomiastica del faraone dal continuo e monumentale supporto di geroglifici e rilievi. Qui le statue avevano ripreso, ingigantendole, le tipologie figurative degli ambienti interni dei templi tradizionali. 
Nefertiti, sposa del faraone Ekhnàton. I particoari del volto sono descritti con cura meticolosa; la colorazione sfumata dell'incarnato diviene veristica e il bel volto della regina è addolcito dalla linea regale del collo; motico puramente decorativo. 
Piccole statue, soprattutto in legno in terracotta dipinta, descrivono scene di vita quotidiana, inerenti di solito al lavoro nei campi. 

I materiali e le tecniche

In Egitto la scultura ebbe ampio sviluppo anche per l'abbondanza di materia prima: calcare, arenaria, granito, basalto, alabastro. Le opere venivano dipinte nei dettagli oppure interamente dopo essere state ricoperte di gesso, Dei colori: verdi, gialli, bianchi o blu per i fondi, ocra rossa o gialla per la pelle, neri i capelli e bianchi, argentei o gialli oro gli indumenti. 

L'Arte egizia. La pittura. Scena di caccia nella palude

L'Arte egizia

La pittura


Scena di caccia nella palude, dalla tomba di Nebamon, XV sec. a. C. Valle dei Re. Tebe

Scena di caccia nella palude

Il soggeto e la tecnica

L'opera, rappresenta una scena di caccia nella palude, allusione alla vita ultraterrena. Soono raffigurati il defunto, Nebamon, scriba e medico del re AmenofiII, la moglie e il figlio. La tencnica impiegata è la pittura su stucco. 
La tecnica impiegata è la pittura su stucco. Le linee soono definite con carboncino sul gesso che riveste la parete. 

Il linguaggio visuale

Elemento fondamentale e la linea, che contorna nitidamente e con segno continuo le figure rafforzandone il carattere astratto e stilizzato. 
Il colore è steso a campiture omogenee, per cui le immagini appaiono prive di volume. 
Le tinte, vivaci: con l'ocra rossa e gialla sono resi l'incarnato delle figure umane o il pumaggio di alcuni animali, il nero del carbone è utilizzato per i capelli, gli azzurri e i verdi predominano nella rappresentazione degli animali, dell'acqua e degli elementi floreali. 
Lo spazio non è prospettico e le figure, appaiono appiattite sulla superficie dipinta. La composizione è rigorosamente organizzata in due parti giustapposte: gli splendidi papiri, gli uccelli, le anatre selvatiche, i tre eleganti airono trattenuti da Nebamon, tutti concentrati nella parte sinistra della scena, fungono da contrappunto ideale alle figure umane, presso le quali trovano posto i segni geroglifici. 
La gerarchia dimensionale, che esprime l'importanza dei soggetti in base alle loro dimensioni. La moglie di Nebamon, a destra, e molto più piccola dell'uomo, pur poggiando i piedi sulla stessa barca; a sua volta, il figlio occupa uno spazio visibilmente minore al reale. 
Il corpo umano è composto da più parti, vincolate tra loro da valori proporzionali fissi. L'artista muove dunque dall'esigenza di rappresentare il corpo come è conosciuto e non come appare: così, le gambe divaricate sono pienamente "leggibili", allo stesso modo del busto disposto frontalmente. 

I caratteri espressivi

La barca scivola sull'acqua sembra immergersi in essa e come l'acqua stessa sia rappresentata mediante uno schema geometrico a 'spina di pesce', che vuole indicare in modo stilizzato il lieve movimento delle onde. 
L'immagine collocata in una tomba, non esplica una funzione narrativa, ma esprime concetti legati all'idea di eternità. 

sabato 16 febbraio 2019

L'Arte egizia. La pittura. Nelle arti figurative, l'ubbidienza a un codice fisso di rappresentazione

L'Arte egizia

La pittura

Nelle arti figurative, l'ubbidienza a un codice fisso di rappresentazione


Affresco della Valle dei Re


Codice di raffigurazione dell'arte pittorica egizia 


Aratura e semina del campo con un aratro di legno. Pittura parietale della tomba di Sennegem dalla IX dinastia. 1308 a..C. - 1190 a.C. 


Scena dal libro delle porte. Tomba di Amonherkhopeshef. XI secolo a.C.



Mummia di Artemidoro il Giovane dalla necropoli di Hawara, Egitto. 100-120 d.C. circa 







Le più iimportanti opere dell'antico Egitto eranoo poste all'interno delle piramidi o delle tombe regali. L'arte era al servizio del faraone: doveva rendergli onore in veste e tramandarne poi la memoria. Elemento caraterizzante era il legame tra arte e religione. 
La produzione ufficiale, ha seguito con coerenza, dal III millennio fin quasi alla dominazione romana, un codice di raffigurazione basato su precisi rapporti di proporzione e su una rigida simbologia. 
Prescriveva figure stilizzate bidimensionali, disposte con regolarità lungo un'unica linea ideale, spesso a fasce sovrapposte. Scritture geroglifiche completavano le figurazioni. La loro chiarezza è accentuata dall'uso di colori vivaci, compiti uniformemente e delimitati da marcate linee di contorno nere. I contorni e i dettagli delle figure erano spesso incisi probabilmente sulla superficie trattata a gesso, in modo da accentuarne i caratteri di stilizzazione. 
Le proporzioni non sono reali, ma funzionali alla comunicazione di valori simbolici. 
La rappresentazione della figura umana utilizzava precisi accorgimenti: gli occhi e il torace frontali e il viso, i fianchi, le gambe e i piedi disegnati lateralmente senza sovrapposizioni. Tutte le parti del corpo erano rappresentata in modo da essere immediatamente e intuitivamente riconosciute, come è stata fissata nella memoria: le parti non presentano mai lati nascosti e vengono resi quasi con la chiarezza di forme geometriche, 
Il canone, definiva le proporzioni tra le parti del corpo: l'artista lo seguiva pedissequamente, disegnando la figura su una griglia quadrettata per poi riportarla sulla parete, 
Le tecniche più frequenti erano quelle della decorazione parietale e del rilievo policromo (bassorilievo o rilievo inciso). Anche i colori, vivi e brillanti, erano utilizzati in modo simbolico e ricorrono senza variazione in qualsiasi contesto. 
La principale produzione pittorica si trova nelle pareti dei templi e dellae tombe e rappresenta temi cerimoniali o tratti dalla vita quotidiana. 
La pittura è stata in origine legata al rilievo, distiinto in bassorilievo, quando la figura emerge dal piano di fondo, o in rilievo inciso, quendo le figure vengono isolate dal piano di contorno, inciso e via via abbassato. Il rilievo, utilizzato dal Regno Medio (dalla fine del terzo millennio a.C.), è caduto in  disuso durante il Nuovo Regno, rendendo la pittura una forma espressiva autonoma. 
L'inizio del Nuovo Regno, intorno al XV secolo a.C., segna un'evoluuzione sotto il profilo stilistico ed espressivo: piante, pesci, uccelli si liberano dalle convenzioni stilistiche, a differenza delle figure umane, che appaiono ancora blccate entro canoni di rappresentazione serrati. 
Utilizzata per decorare le superfici delle tombe ipogee e dei sarcofagi, la pittura si arricchisce di soggetti sacri, di danze rituali, di passi tratti dal Libro dei Morti. Raccolta di testi scritti, comprendenti un repertorio di formule magiche che propiziarono la rinascita dello spirito nel mondo degli inferi. Era corredato di disegni o divignette miniate e veniva disposto in moolte sepolture. 
Dal Basso Regno (I millennio a.C.) si diffuse la raffigurazione, sul coeprchio dei sarcofagi, delle sembianze del defunto. Sono stroardinari, per l'immmediatezza espressiva, i cosiddetti Ritratti del Fayyum, risalenti all'Età romana. 
Notevoli le scene di paessaggi acquatici e di vita quotidiana, in particolare di lavoro nei campi e di pesca. 

Colori e supporti della pittura egizia. 

Presso gli Egizi, la pittura murale era seguita da uno strato di gesso posto a rivestimento di una sueperficie di pietra, o di legno. Una volta che il gesso era ben asciugato, venivano stesi i colori a tempera, ricavati dalla macinazione di materiali naturali sciolti in acqua e miscelati con un collante (agglutinante) a base di lattice e di gomme o di albume d'uovo. 
La gamma cromatica veniva dal bianco (derivato dalla calce), al nero (dal carbone), ai rossi, fino alle gradazioni delle terre, fino alle ocre e ai gialli, al verde, al grigio, (derivato dalla sabbia), all'azzurro (dalla soda di maiolica). Il colore, miscelato all'acqua, veniva steso sul supporto mediante spazzole o pennelli di fibra di palma o calami (canne sottili di palude) dalla testa masticata. 

Una simbologia affidata ai colori

Al ricco repertoria di immagini erano associati colori dal preciso significato simbolico. 
Il bianco era simbolo di felicità e di fortuna, cme indicava la bianca Corona del Regno del Sud. 
Il nero, propiziava la preservazione eterna e nello stesso tempo era simbolo di rinascita. 
Il verde rappresentava la vita, la rinascita e la salute. 
L'azzurro era attribuito ad Amon, dio dell'aria, e il giallo simbolo di immortalità. 
Il rosso era il colore della Corona del Nord, ma la sua simbologia assumeva in generale significati negativi, di violenza e di malignità.